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HOMEPAGE SCHEDA PROPOSTA


PROPOSTA NR: 3C

VILLA SCALI

Villa nel Salento, situato in Castrignano dei Greci, piccolo centro della Grecia Salentina. Dista a soli 10 Km da Otranto e 25 Km da Lecce città dell'arte Barocca
La Villa è indipendente, all'esterno è circondato da un grande giardino, il quale viene adebito a posto auto. All'interno dispone di N° 6 posti letto, suddivisi in due camere matrimoniali ed una doppia, finemente arredate.
Salotto, Bagno, e soggiorno con angolo cottura dotato di tutti i confort.
Nella località: Salento, appartamenti, affitti

La località di Castrigano dei Greci dispone di tutti i servizi come bar, ristoranti, market, centro commerciale, negozi di vario genere. Dista pochissimi km dalle più importanti citta turistiche del Salento come Otranto, Lecce, Castro, Santa Cesaria.



Num. Posti 6
Caparra 30
Durata minima da sabato dalle ore 17:00 alla ore 20:30 a sabato entro le ore 10:00
Pulizie € 50,00 da versare all'inizio del soggiorno
Cauzione 200 € da versare all'inizio del soggiorno. La cauzione è da versare ha inizio soggiorno, è verrà restituita al termine della locazione, dopo aver controllato l’inesistenza di danni provocati dal conduttore.
Animali Non ammessi
Biancheria Compresa solo quella del letto
Condizioni (1) - Le prenotazioni si effettuano per i periodi di una o più settimana (2) - Le prenotazioni si considerano valide solo al ricevimento di un importo pari al 30% del canone di locazione - a titolo di caparra penitenziale - da versare alla conferma. (3) - il saldo - pari al 70% - sarà versato dal responsabile delle chiavi contestualmente alla firma del contratto di locazione il giorno di inizio della locazione stessa (4) - la cauzione verrà restituita al termine del soggiorno una volta rilevata l'inesistenza di danni provocati dal conduttore


TIPOLOGIA:VILLA  
LOCALITA': CASTRIGNANO DEI GRECI
LA STORIA DI CASTRIGNANO DEI GRECI
Castrignano dei Greci, appartamenti, salento, vacanze

LE ORIGINI DI CASTRIGNANO DEI GRECI, SALENTO - PUGLIA


Castrignano dei Greci è situato sul calcare magnesifero che si addossa sul calcare compatto nella parte nord-orientale del suo territorio.
Longitudine orientale da Roma 5°, 50' , 56" .
Latitudine boreale 40° , 10' , 213" .
Altezza del paese sul mare,metri 80 .
Elevazione media del suo territorio da m . 80 a 90 1 .
Il toponimo rivela chiaramente quelle che sono le particolarità del paese: da un lato la posizione di difesa strategica, dall' altro, l' origine dei suoi abitanti . Le origini di Castrignano dei Greci si perdono nella notte dei tempi . E' da supporre che la configurazione del terreno e il confluire delle acque piovane in più luoghi del paese ed il ristagno delle stesse , abbiano potuto permettere i primi insediamenti abitativi agevolati anche dalla formazione di grotte naturali . Infatti, nella zona , non pochi dovevano essere questi abitacoli . La ricerca è stata facile perchè molti di essi esistono ancora ristrutturati o trasformati in cantine , cisterne , trappeti (frantoi) . Le persone più anziane parlano di un sistema di grotte nelle adiacenze di largo S . Martino chiamate "trappituddhìa"(piccoli trappeti) . Lo stesso largo S . Martino è pieno di grotte interrate , indicate come "granili" con al centro un pozzo molto profondo ; e ancora il trappeto di Alfredo Salvatore in via "pozzi" (di fronte al parco pozzelle) e l' antichissimo trappeto in via S. Leonardo . Tutti questi nuclei abitativi , probabilmente , ingrandendosi , si sono unificati e anno dato origine a un nucleo più grande , il cui centro si sarebbe sviluppato tra il rione "varrata" (largo S . Martino) , la cripta Bizantina (largo S . Onofrio) e le "pozzelle" (parco pozzelle) . La presenza di grotte prima di menhirs poi , dei centri bizantini e delle varie chiese in seguito , non crediamo sia casuale . Quando il primo nucleo abitativo si sarà sentito un centro? Non possiamo dirlo . Mancano rinvenimenti di materiale archeologico per confermare le ipotesi finora formulate per il nome Castrignano , che si possono così sintetizzare :
1) Che sia stato fondato dai posteri dei Candioti di Minoè o dagli Ateniesi e Cretesi seguaci di Giapige (Iliade-cap.XXIV) . (ma tale congettura pare più fantastica che logica)
2) Dalla colonizzazione del salento (Magna Grecia). (non tutti sono d'accordo poiché i Greci di Taranto poterono avere tutt'al più un predominio politico , ma non linguistico e culturale sui Messapi)
3) Dai Romani che, conquistata la penisola salentina nel 487 d.c., favoriti dalla presenza di acque, vi abbiano istituito un loro presidio militare ("Praesidium Castrinianum" oppure "Castrinius").
Questa nostra ipotesi è avvalorata dal fatto che un antico rione di Castrignano è denominato "Varrata", nome che deriva da "Varra" (sbarra) e sta a significare sbarramento: probabilmente riferito allo scorrere delle acque piovane, provenienti da zone sopraelevate circostanti, che si impantanavano in una conca costituendo, quindi, una difesa naturale all'accampamento romano ("castrum"). Questa ipotesi è la più probabile poiché il nome castrignano può derivare da Castrum, ma potrebbe derivare anche da "castrino", centurione romano, come ritengono alcuni studiosi.
1)C. De Giorgi, "Geografia della provincia di Lecce".
2 )D. De Rossi, "storia dei comuni del salento"
3)"Praesidium Castrinianum". "Podere di Castrinius". V.G. H. Rohlfs. "Vocabolario dei dialetti Salentini".
Da: Castrignano dei Greci di: Angiolino Cotardo


AGRICOLTURA ECONOMIA DEL PAESE


Nel IX secolo d.c. i Calogeri basiliani (i monaci di San basilio) introdussero dalle nostre parti il rapporto colonico che agevolò lo sviluppo dei terreni fertili "grazie all' aggressione della macchia ed all' emarginazione della palude. Questo processo di rinnovamento delle strutture sociali e fondiarie subì però una battuta d' arresto a partire dalla fine del XIV secolo e continuò per tutto il XV. Ciò è da imputare a vari fenomeni, tra i quali la dequalificazione del territorio umanizzato e lo sfruttamento disordinato della macchia - foresta dei secoli precedenti". L' agricoltura di Castrignano si è sempre basata sulle colture del tabacco, dell' olio, delle erbacee (cereali e ortaggi) e del fico. Ma quest' ultimo, che un tempo comportava una delle produzioni maggiori, oggi è in rapido regresso per mancanza di manodopera. Un tempo, era fiorente anche la coltura del cotone, che veniva poi filato con canocchia e fuso e lavorato a mano per confezionare indumenti e calze; oppure veniva tessuto al telaio (gr. argalìo) per ricavarne manufatti d' uso familiare. la produzione maggiore di cotone si ebbe intorno al 1860 e fu tale che si ebbe la possibilità di esportare il prodotto. Oggi la campagna non è più fonte di guadagno. I giovani la respingono perché non assicura loro un guadagno fisso e adeguato alle esigenze della vita moderna. Preferiscono, quindi emigrare in Svizzera o in Germania per ottenere, sia pure attraverso lo sconforto della lontananza e il sacrificio di un duro lavoro secondo i canoni e le leggi, a volte, difficili da accettare perché diverse dalle nostre, un tangibile guadagno che, usando l' atavica legge del risparmio della nostra gente, in pochi anni potrebbe diventare una piccola fortuna da permettere loro di tornare a casa e dare inizio a una vita tranquilla e dignitosa. Inoltre tale flusso migratorio crea "più spazio per i restanti a contendersi i pochi posti di lavoro a disposizione". E ancora, le rimesse monetarie degli emigranti, oltre a fornire alle casse dello stato valuta pregiata, incrementano la domanda dei beni di consumo, migliorando il benessere e l' economia locale. I risparmi, di preferenza, sono investiti nelle costruzioni di case di abitazione. In quanto all' economia, più che per l' agricoltura, ci sono dati storici accertati accertati per stilare una breve sequenza attraverso i tempi. Le prime notizie risalgono al periodo dei Basiliani e poi dei Normanni. Sia con gli uni che con gli altri, nelle nostre regioni e, quindi, anche per Castrignano, si ebbe un discreto sviluppo economico e l' affermazione dei nostri prodotti agricoli in tutti i mercati del Levante. Con la venuta dei Francesi e poi degli Spagnoli, invece, l' economia fu funestata dalle lotte feudali, dalla violenza, dalle distruzioni. Nè le condizioni migliorarono durante il periodo borbonico, risorgimentale e fascista. Negli ultimi quarant' anni però con l' instaurazione della democrazia, finalmente in questo settore si è avuto un rapido sviluppo grazie soprattutto agli interventi pubblici. Il problema che purtroppo permane ancora oggi è la disoccupazione giovanile. Tornando in particolare al nostro paese, la nostra piccola economia, per tradizione, poggia sul commercio ambulante di tessuti e abbigliamento con 200 addetti circa. L' attività industriale non è tale da determinare l' ambiente economico.


L'ANTICA COMUNITA' FEUDALE (Università)


Sin dai tempi dell'antica Roma, le "Universitas" ebbero scopi di mutuo soccorso e la giurisdizione di ogni forma di controversia. Successivamente parteciparono direttamente al governo della cosa pubblica attraverso una serie di attività rivolte a tutelare ed a promuovere gli interessi della comunità. Cominciarono a declinare a partire dal XVI secolo, si estinsero alla fine del XVIII secolo per una serie di ragioni, tra cui la più importante è da individuarsi nella tendenza delle baronie ad accentrare tutte le più importanti funzioni della vita politica ed economica delle comunità. Le Università erano rette da un Sindaco, da due Eletti, da due Aggiunti e da un Cancelliere. Il Sindaco e gli Eletti curavano tutti i problemi amministrativi della Comunità. Il Cancelliere redigeva gli atti e conservava i Registri Catastali e quelli delle tasse. Altra figura del governo delle Università era il Governatore o Capitano, di nomina baronale, che svolgeva funzioni di magistrato e di ufficiale di polizia. Il governo durava in carica un anno (dal 31 agosto al 1 settembre dell'anno successivo). In pratica, però, l'arbitro della situazione dell'Università era il feudatario. Dal governo delle Università facevano parte anche le Commissioni catastali che compilavano il Catasto Fuocatico (numerazione delle famiglie), che si espletava periodicamente in tutti i paesi del Regno di Napoli. Secondo il Trinchera consisteva nelle "notazioni delle famiglie, talvolta colle possidenze, aggravi e disgravi di fuochi per individui defunti o passati ad abitare altrove"53. Questo tipo di compilazione catastale resterà in vigore sino al 1741, quando con Carlo III ebbe inizio il Catasto Onciario. Le condizioni del regno di Napoli all'ingresso del Re Carlo III di Borbone erano, almeno dal punto di vista sociale ed economico, quanto di più disumano si potesse immaginare. Relativamente allo scarso consumo di grano, nella "Statistica" del Ricchione del 1811 (la descrizione è più che mai valida anche per epoche precedenti) si legge: "In genere le popolazioni di Terra d'Otranto inclinano nell'erbivoro. Li contadini non assaggiano la carne che tre o quattro volte all'anno nelle maggiori solennità. La base di nutrimento delle popolazioni di Terra d'Otranto è nel pane, nei legumi, nei vegetali. Per pane si intende quello fatto di farina d'orzo: "riservando il pane di frumento per i malati e convalescenti e per farne pappa ai bambini". Carlo III fu animato da molta buona volontà nel rimediare alle tristi condizioni del suo regno, per cui condonò alle Università, debiti verso lo Stato, fissò franchigie per terre incolte che passavano a coltura, vietò alcuni privilegi al clero e ai baroni, istituì un'organica legislazione tributaria, volendo attuare il principio secondo cui l'imposta doveva essere proporzionata al reddito. In forza di ciò, ogni cittadino aveva l'obbligo di dichiarare al fisco, sotto il vincolo di giuramento (rivela) la situazione patrimoniale ed eventuali pesi sostenuti. Severe sanzioni erano previste per il caso di "rivele" infedeli. Una volta accertata l'esattezza delle dichiarazioni, una commissione composta da sei membri, nominati dal Parlamento Generale, redigeva in doppio originale il "Libro Onciario" detto così perché la valutazione dei beni veniva fatta in "Once", antica misura di peso e moneta di conto54.


L'ANTICO PAESE


L' aggregato edilizio più antico di Castrignano dei Greci rivela - a tratti - qualche esemplare di architettura spontanea e colta riferentesi ai secoli XVI - XVII - XVIII.
Tra questi esemplari possiamo indicare:
- Palazzetto "Greco" in via Dante 17 con caratteri costruttivi del '600;
- Palazzetto "Donateo" in via Costantinopoli 2 che si ritiene del '500;
- Casa - corte cinquecentesca, in Largo S. Martino 14 - 15; di cui si conservano in buono stato le coperture a tetto con cannucce a tegole;
- Casa - corte in via Fr. Monosi 52 il cui portale di ingresso risale agli inizi del '700;
- palazzetto con finestra cinquecentesca in via S. Onofrio, sulla cui architrave c' è una scritta latina 49.".
L' aggregato edilizio anzi detto è raccolto attorno al Castello baronale, alla Cripta bizantina, alle Pozzelle, articolato rispettivamente nel Largo Varrata, Largo S. Onofrio, Largo Farì. Questi spiazzi, nel '700, erano collegati attraverso stradette tortuose (strittule) quali, per esempio: vico lo Celso, vico le Site, vico Costantinopoli, vico Clàdeci o Chiàdeci (via Martiri), vico Alogna (via Fr. Monosi), vico Fanciullino (via conti - via V. Veneto), vico Savìne = 's avìne = alle Biade (via C. Battisti), vico della Congregazione (via Arciprete De Mitri)50. Le denominazioni di detti vicoli erano date da qualche particolarità dei luoghi, dal nome di qualche persona nota che vi abitava o da maldicenze paesane come queste:

Griko

Italiano

Ampì stin aglisìa gheno senza cardìa. Ambrò sti mmesi vàddhune o càntaro na chesi Apànu sto Farì Vròmise ce vromì Acàu sti Vvarràta Lacquare ce cracàja Condò sto chao n' es cafsi o pao

Dietro la chiesa Gente senza cuore In piazza mettono il vaso per defecare Sul Farì puzzò e puzza Sotto la Varrata pozze e rane Vicino alla "chao"(vora) le bruci il gelo.


(anonimo) Nel '700 a Castrignano vi erano, altresì: Luogo detto la Piazza, vico delle Puzze oppure sotto le Pozzelle, luogo detto dietro lo Castello, vico detto La via Nuova, vico detto dietro la chiesa di S. Nicola, Largo Castello 51. Nella foto: la villa comunale di Castrignano "Piazza Castello" A tali stradette s' innesta ancora qualche cortile monofamiliare o multifamiliare ("curte" oppure "avilì" in greco) che ricorda l' antica casa ellenica. I cortili danno sulla strada o su uno spiazzo. Ai loro lati vi sono più vani per le diverse esigenze della famiglia, ogni tanto un sedile di pietra, al centro la cisterna. In fondo al cortile la camera da letto con l' orto retrostante e il locumùna (luogo comune o cesso). I confini delle case vengono a volta indicati con punti cardinali: scirocco, borea, levante, ponente. Queste case serbano una eredità di tradizioni e di civiltà rurale e magica di cui vogliamo qui dare qualche esempio. Non è difficile che ancora oggi le donne anziane parlino con aria misteriosa de riti per impadronirsi dell' acchiatura: 52 sono parole pronunciate sottovoce, come con vergogna, ma dette e ripetute. "Ma poiché è impossibile trovare l' oro senza la magia, una volta erano i monaci a custodirlo, oggi è il diavolo, bisogna uccidere tre pecore sul luogo del tesoro e versarne il sangue. Solo allora il demonio lascerà scoprire il tesoro sepolto da lui custodito". Per i contadini poveri, poi è una vera ossessione: a volte è pura fantasia, a volte è racconto tramandato da molto lontano che ricorda tesori realmente sepolti e abbandonati da principi, nobili, soldatesche in fuga, monaci o saraceni, in una terra che ha subito dominazioni e invasioni straniere dal X secolo prima di Cristo fino al 1860. A Castrignano le donne anziane vestono quasi tutte, di nero e con i fazzoletti neri legati attorno al volto. Incontrarle nei campi, sembrano avvolte di tenebre. Alcune di esse, fino a non molto addietro, erano prefiche cioè cantavano il "lamento" intorno al morto: cantano in greco, ma sottovoce, battendo i piedi e gesticolando. La più anziana, poi, dirigeva questa cerimonia precristiana, secondata dalla altre dolenti: "Nina cuntento, pos den su varì t' òrio soma pukratì ma 'sena? Echo na clafso 's oti moveftì!" _ (O tomba felice, come non ti pesa il bel corpo che tieni con te? Starò a piangere fin che non ti muova!) Ormai non ci sono più queste cerimonie, infatti, non solo questi canti, ma tutto ciò che era tradizione e lingua appartiene ormai al passato. Tutto si è sfaldato si è trasformato. La necessità di inserirsi per seguire la scia del progresso, in un primo tempo ci ha sdoppiati, poi assorbiti, quasi travolti nella grande macchina della società. Non si parla più greco, non si seguono più tradizioni. Molti emigrati in Svizzera lavorano in fabbrica e guadagnano bene. Vengono solo per la festa del paese e per riabbracciare i figli che lasciano in paese con le nonne per frequentare le scuole Italiane. Ma non sono più gli stessi. Tornano sempre più estranei e distaccati. La lunga permanenza in un mondo del tutto diverso, li ha cambiati e il paese ne risente e cambia con loro. I più giovani, educati all' idea di essere "cittadini del mondo", non sentono più il naturale istinto di "tornare a casa", perché "casa", ormai, è ovunque e decidono, quindi, di restare nel posto che offre lavoro e vita agiata. A loro, riti e tradizioni non dicono più niente: zappare, tessere, non sapere né leggere né scrivere partire da lontano, credere nella "petra prena", partorire molti figli, essere morsi dalla tarantola, fare ex - voto, sono espressioni e fatti incomprensibili, eppure sono segni di secoli di culture diverse che si sono fuse in un tutto. Ripercorrendo il cammino millenario dell' uomo, lo troviamo tutto istinto, che poi, diventa cultura, e dalla cultura nasce la tradizione. E l' una e l' altra, sostenute da perseveranza e rassegnazione millenarie millenarie sono state il cemento potente di tutta la costruzione che affonda nel passato vertiginoso, dall' epoca della pietra ad oggi, dal menhir al "sannà", dal "sanna" alla Cripta di Bisanzio, alla chiesa sino al Castello del barone.
49) I dati degli impianti suddetti sono stati rilevati da una publicazione del primo censimento dei Beni culturali di Castrignano dei Greci, a cura del C.S.P.C.R. di Maglie. Ovviamente questi non sono gli unici impianti esistenti.
50) I nomi di queste vie sono stati rilevati dal volume B - 29 - Catasto Onciario 1700 - A.S.L.


L'ANTICO RITORNO


Pensiero di Angiolino Cotardo dedicato ai castrignanesi che sono lontani dal proprio paese. Congedandomi, rivolgo un pensiero affettuoso a coloro che sono lontani da Castrignano e si struggono di nostalgia al ricordo dei luoghi e delle persone care. "Nu ttocca 'nci scerràmu de quiddhi ca scira, percè cusì vòsera, nè de quiddhi ca toccàra cu vannu" (62).
(Traduzione)
Non dobbiamo dimenticare quelli che sono andati via, perché così hanno voluto, ma neanche di quelli che sono dovuti andare". Come Ulisse che, per il desiderio di arrivare ad Itaca, solca i mari superando ogni ostacolo e sfuggendo ad allettanti lusinghe, noi ovunque ci troviamo, bramiamo rivedere il nostro folclore domestico, per ritrovare il sapore ... del buon tempo antico. "Ritrovando la patria, ritroveremo noi stessi" ha scritto Eliade: l' uomo ha bisogno della sua identità, della sua storia, della presenza vera nel tempo. Il bisogno di emigrare, per noi, non si limita a migliorare le proprie condizioni economiche, ma tende a una vita agitata per confermare identità etnica e cultura. Conveniamo con A.A. Mele quando scrive: " La vita de 'nu paese, de tutti li paesi, puru de Cascignanu nòsciu, ete comu 'nu fiume; l' acqua de quiddhi pare ca passa, e passa puru, ma ete sempre quiddha. Dopu ca face li giri soi, cchiù pulita, cchiù bella, cchiù frisca e cchiù chiara: ete sempre la stessa, ma cchiù qqueta, e chianu chianu ... calma de luntanu e ssempre a llu paese sou torna. "Torna a Cascignanu".
(Traduzione)
La vita di un paese, di tutti i paesi, anche per Cstrignano nostro, è come un fiume; l' acqua degli altri sembra che passa, e passa pure, ma è sempre quella. Dopo che fa i suoi giri, più pulita, più bella, più fresca e più chiara: è sempre la stessa, ma più ferma e piano piano ... calma da lontano sempre al suo paese torna. "Torna a Castrignano"
Ed io mi fermo qui.
Angiolino Cotardo
Castrignano dei Greci, 15 dicembre 1987
62) A.A. Mele, "Cascignanu de li Greci ... Paese nòsciu".


CHIESA DELLA MADONNA ARCONA


Attigua al cimitero vi è la chiesa della Madonna Arcona. E' stata edificata nel 1731 ed è ad una sola navata, con due altari. L' altare principale è di stile barocco e comprende la miracolosa immagine bizantina della Vergine col Bambino, venerata dai Castrignanesi sotto il titolo della Arcona 28, con grande, addirittura, eccezionale devozione. Attigua alla chiesa c' è una vecchia costruzione datata 1727, probabile alloggio dell' oblato, attraverso il quale si sale sul campanile della chiesetta. L' altro altare molto semplice nelle linee è dedicato a S. Filomena della quale si conserva una tela di buona fattura. Nel catasto Onciario leggiamo: "eravi nel luogo dove sta situata la chiesa...(illeg.) un' immagine della B.V. della Grazia, che dicevasi della Arcona 29, dipinta entro un concavo di pietra, visitata da diversi di nostri, dicendo preci avanti la S. Immagine; e nell' anno 1725 30; fratelli fedeli che accorrevano alla Venerazione della Beata Vergine, vi furono molti che ne ricevevano grazie particolari come fu il primo Donato Cosma di questa Immagine, che era stroppio e camminò libero. E accorsivi diversi accaggionati di molti malori ne furono istantaneamente liberati, così di questa terra, come gli altri paesi della provincia e fuori e per molteplicità della Grazia e miracoli, che, degnavasi la Vergine sotto il titolo e l' immagine comparire ai suoi devoti, ne contribuirono delle molte limosine, colle quali si costrusse la chiesa, e si fondarono molti capitoli per celebrazioni di messe che si fanno dal reverendo capitolo di questa terra nella chiesa...(illeg.) e si trattiene l' oblato per mantenerla aperta, e servirla per uso del quale servando detto giardino, perciò non si tassa"31. Leggiamo ora il contenuto del manoscritto conservato nell' archivio della Chiesa Parrocchiale riguardante la Vergine SS. d' Arcona che si venera e si solennizza in Castrignano dei Greci il giovedi che succede alla S. Pasqua e "Il canto greco della Madonna Arcona". Nei primordi del sec.XVIII verso il 1730 in Castrignano dei Greci, non lungi dall' abitato, nel luogo o territorio detto "Arcona", vi era una effigie di Maria SS. col divin Pargoletto in grembo, affresco di antica data, forse della scuola greca. Questa immagine, ad immemorabili, veniva detta dal paese: la Madonna Arcona. Nulla altro di peculiare e rimarchevole intorno al titolo. Il sacro oratore potrebbe agevolmente, particolarizzando sul nome di Arcona, riferirsi col pensiero a quanto rinviensi nelle sacre Carte intorno all' Arco, posto da Dio infra le nubi, segnale di alleanza fra Lui e gli uomini, foriero di pace, simbolo della misericordia di Dio ecc. ecc.. Quest' Arco fu vera figura di Maria SS. - Ponam arcum meum in nubibus. Quasi arcus refulgens inter nebulas - ,ed altri passi che protrebbero trovarsi nella Srittura sul riguardo. Molto bene dunque Maria qui viene glorificata col Titolo di Arcona, chiamata dai Padri: paciera dei peccatori ecc. ecc. fu in questa terra vera Iride risplendentissima fra le nubi della Divina Giustizia. Invero verso il 1730 quell' antica effigie di Maria dell' Arcona, abbandonata e negletta, si dimostrò all' improvviso operatrice di una serie infinita di miracoli, avvenuta, come vuole la tradizione, nel modo seguente. Correvano i tempi calamitosi, malattie, miserie, siccità, raccolte infelici, quindi fame. Un povero di Castrignano, a nome Donato Cosma, quanto spregiato dagli uomini, tanto caro a Dio per virtù, attratto nelle membra, trascinavasi a stento a quell' immagine e pregava Maria per sé e per tutti. Quando un bel dì, nel fervore della preghiera, si scorge all' improvviso guarito da Maria, e ritorna sano e salvo da ogni malore nel paese. Informa i cittadini del miracolo ottenuto; e tutti, a visita del prodigio, corrono a quell' immagine, pregano, plorano, cercano e ottengono. Fu allora un' immensità di miracoli: ciechi, storpi, muti sanati e di Castrignano e di altri paesi. Fan voti a Maria d' Arcona per ottenere grazie, e vengono esauditi. Con le largizioni di tanti devoti ergevasi allora a quel luogo di miracoli quel tempietto, sacro a Maria Arcona, nel quale al sommo dell' Altare maggiore, collocavano la miracolosa immagine. I Castrignanesi hanno in Maria d' Arcona un rifugio in tutte le loro necessità. Quindi si glorifichi particolarmente il patrocinio di quest' amorosa Madre inverso di questi suoi figliuoli.


CHIESA PARROCCHIALE


In un dattiloscritto di ignoto autore si legge che nel 1878 ebbero inizio i lavori per la costruzione della nuova Chiesa Parrocchiale. Dove essa sorge, vi era prima una chiesetta, modesta e malmessa, a una sola navata, con pavimento di pietra e il tetto coperto di tegole. Oltre all' altare Maggiore, ve n' era uno dedicato all' Immacolata, uno a Sant' Antonio e uno a San Nicodemo. Alle pareti, quadri e nicchie con statue. Di notevole vi era il fonte battesimale per immersione secondo il rito greco che consisteva in una pila a calice, di stile bizantino (25). Ad un lato nell' interno della chiesa erano sepolti i morti di età maggiore; all' altro ed esattamente alla cappella di Costantinopoli, i fanciulli. Con la pietra , ricavata dall' abbattimento della vecchia chiesa, si costruì il basamento per le nuove aree della costruzione. Pose la prima pietra l' Arcivescovo di Otranto. L' entusiastica festa che seguì venne interrotta per la morte immediata di una bambina caduta da un mucchio di pietre dove era salita per meglio vedere. Durante la costruzione che durò alcuni anni, a tetto scoperto si improvvisò un altare vicino all' attuale dedicato a Sant' Antonio per celebrare la messa. L' entusiasmo del popolo crebbe con la costruzione della chiesa. Si voleva fare un edificio degno il più possibile della Divinità, accogliente per il popolo e che desse onore al paese intero. Sostenne l' entusiasmo l' allora Parroco,Zelante e santo Don Andrea De Mitri, il quale si prodigò quanto il suo mistero poteva permettergli, recandosi in altri paesi a chiedere offerte per la sua chiesa che era, come soleva esprimersi, "molto povera". Tenne anche un Quaresimale a Roma ed ebbe in dono dal Sommo Pontefice una pianeta nera di gran valore, con due ampie croci in fine ricamo, ancora esistente. Lo affiancarono con appassionata e generosa attività i fratelli Francesco e Luigi Monosi,con i quali ogni domenica questuava per il paese. Il popolo tutto contribuì come poté. Con il ricavato delle sole uova raccolte fu costruito un grande rosone in marmo a colori al centro della chiesa. Si conservò il titolo dell' Annunziata e a Lei si dedicò l' Altare Maggiore, capolavoro di bellezza e di arte: tutto in marmi policromi, finemente incisi. Adiacente alla parte posteriore dell' Altare fu innalzato un gran pro-altare ove si collocò la pregiata tela(Foto a sinistra) dell' Annunziata del pittore Altamura. L'altare a sinistra, dedicato al Sacro Cuore di Gesù è artisticamente inciso e fregiato; nel 1940 vi si pose affianco una grande statua del S. Cuore in legno di fattura veneziana. Questa statua e l' Altare della presentazione in marmo sono dovuti alla munificenza degli stessi fratelli Monosi; l'Altare della Vergine del rosario invece a quella di Salvatore Greco ". Tutti gli altari, complessivamente nove, sono in marmi policromi di Carrara con balaustre e fondali sempre in marmo e le tele (Mostrate in questa pagina) quasi tutte dello stesso Altamura. Anche il Battistero, le colonne che sostengono l' organo, il pulpito, la balaustra del coro, il pavimento con due rosoni, uno al centro e uno vicino ai gradini del Presbiterio, sono completamente in marmo, e basterebbe tanta dovizia per rendere di grande interesse questa chiesa. E' a Croce latina, sormontata da una grande cupola. Sul braccio più lungo della croce si aprono le sei cappellette divise tra lateralmente da muri. Se codesta divisione non ci fosse, la chiesa sarebbe a tre navate con maggiore bellezza e utilità. Le volte sono rette da pilastri con capitelli riecheggianti lo stile corinzio; al centro e ai lati corti della Croce ci sono tre bei lampadari. Una delle cose più pregevoli è l' organo a due tastiere e a pedaliera completa, orchestrale, costruito dal Mentasti di Napoli nel 1900. Si eleva adiacente alla chiesa un agile e artistico campanile con la cupola coperta da lucenti mattonelle di maiolica di diversi colori e munito di tre campane. Per completarla ci vollero quindici anni in due riprese, ma furono ben compensati gli sforzi di chi diresse, di chi lavorò e di chi contribuì. Oggi il popolo la frequenta spesso e con amore, e il forestiero, che qui molte volte vi capita, si ferma ad ammirare ed a pregare. La chiesa parrocchiale è intitolata anche al protettore Sant' Antonio di Padova. E questo, in seguito a un grave pericolo sventato nel pomeriggio del 23 agosto 1898 dal grande Santo, verso il quale i fedeli, dopo la gran paura, accrebbero la loro devozione. Riportiamo qui di seguito, integralmente, il contenuto della Memoria, conservata nell' archivio parrocchiale. "Cenni storici del disastro dei tifoni, che nel giorno 23 agosto 1898, minacciavano di distruggere il nostro paese e che fu salvato per la gran fede ch' ebbe nel suo protettore S. Antonio di Padova, a Maria SS: d' Arcona e all' Immacolata Maria. Tutto il paese perciò, per tramandare ai posteri una grazia tanto segnata, e per sempre più confidare nel nostro protettore S. Antonio in tutti i nostri bisogni spirituali e temporali, stabilì che la seconda festa che, ad immemorabili, si celebrava, a piacimento, in una delle domeniche di agosto o di settembre si avesse a celebrare nel detto giorno 23 agosto. Ecco brevemente la storia Verso le due pomeridiane del successivo giorno 23, alcuni individui si avvidero che da ponente, minacciosi si avvicinavano parecchi tifoni al nostro paese. A tal vista quei pochi a squarciagola si posero a gridare pietà, misericordia!! alzatevi, che siam perduti. Si recarono tosto alla Chiesa e suonando a distesa le campane, in un attimo, tutta quanta la popolazione si riversò in Chiesa piangendo tutti e gridando : pietà, misericordia!! Presero poscia sulle spalle la Statua del Santo, quella di Maria SS. d' Arcona e dell' immacolata e con me si avviarono verso a quei tifoni lunghi, ch' erano già in prossimità del paese. Come si piangeva da tutti!! Quando la processione, col Santo avanti, fu allo sbocco di una via che mena alla campagna, tre sifoni erano vicinissimi, che già stavano per entrare nel paese. A tal vista fermano di fronte ad essi la Statua del Santo e la popolazione che la seguiva, prostrata sul suolo, piangendo e sospirando gridava: pietà, misericordia!! E mirabile a dirsi! quei tifoni che minacciavano l' eccidio del paese, deviano verso tramontana, e ad un tratto, si dileguarono, lasciando in quei pressi un denso polverio. Si ritornò poi in chiesa ed io salito sul pergamo, improvvisai alla meglio, un discorso di circostanza, finito il quale si cantò il Te Deume impartita la benedizione con la pisside ognuno compunto fè ritorno alla propria casa, ringraziando e inneggiando il nostro Santo Protettore dallo scomparso pericolo.


CHIESE MINORI


La chiesa della Congregazione dell' Immacolata. Costruita nel 1650, (come si legge sul frontone d'ingresso) rivela "caratteri ancora tipicamente cinquecenteschi ripetuti nella struttura dell'edifìcio", che nel suo assieme non ha grandi pretese architettoniche. La chiesa è ad una sola navata con un solo altare centrale, attribuito a Giuseppe Zimbalo, noto sculture leccese. L'altare è sormontato da una grande tela ad olio raffigurante la Madonna Immacolata. In cima troneggia un Cristo risorto in legno. Nelle due pareti laterali fanno bella mostra due grandi medaglioni per parte in cui sono dipinte scene bibliche. Nel passato possedeva più di una "chiusura", una delle quali nel "Tuzzello", tassata per 11 once (26). Riportiamo alcune notizie riguardanti la Confraternita, tratte da un manoscritto del 700, dal titolo: "Libro delle Conclusioni del Venerabile Oratorio sotto il Titolo dell'Immacolato Concepimento di Maria SS.ma della Terra di Castrignano dei Greci" MDCCLXX. Si tratta di un insieme di "Regole" giuridico-amministrative della vita dell'Oratorio, contenute nelle "Conclusioni" che vanno dal 1770 al 1799. La lingua adoperata dai vari estensori è quella volgare, esattamente come in analoghi documenti dell'epoca, ad eccezione della copia del "Regal Privilegio della Veneranda Congregazione sotto il Titolo dell'Immacolata Concezione di Maria SS.ma di questa Terra di Castrignano dei Greci che è un misto di latino e di volgare" (27). Detto atto riguarda l'assenso che "Ferdinandus Quartus dei Gratia, Rex Utrisque Siciliae, ed Heirusalem, Infans Princeps Hereditarius Haetriuriae" a seguito di una petizione presentata "dagli fratelli della Congregazione sotto il titolo dell'Immacolata Concezione di Maria Santissima della Terra di Castrignano dei Greci in Provincia di Otranto per il buon governo di detta Congregazione, il modo di eliggere gli Ufficiali, la Recezione dé fratelli e godimento dei suffragi in tempo della di loro morte". Le "Regole" della Congregazione sono contenute in cinque capitoli e riguardano:
- "Elezione del Priore e degli altri ufficiali dell' Oratorio "
(durata un anno - scadenza ogni otto dicembre).
- "Officio, ed obbligo del Priore, e Tesoriero".
— "Officio, ed obbligo dell'altri Ufficiali" (il Padre Spirituale, li Cosultori, li Sagrestani, li Portinari, li Antifonari, il maestro di Novizi).
- "Regole da osservare nell' accettazione dei Fratelli, e nella Pratica condotta, e doveri dei medesimi".
- "Regole comuni de' Fratelli".
La prima "Conclusione" del manoscritto porta la data del 18 maggio 1770 e riguarda la proposta di riproduzione di un nuovo inventario: quello del 1753 risultava molto confuso e non erano ben reperibili "li annui censi, li stabili e li beni mobili che possiede detto Venerabile Oratorio, il nome dei Testatori e Benefattori". Una seconda "Conclusione" (1770) riguarda la proposta di "formare un piccolo tavolino per uso del priore che resti in detto Oratorio in perpetum (e c'è ancora) e di situarlo in quella parte in cui vi è l'organo". Una terza "Conclusione" (1771) riguarda la proposta di "permutare la campana dell'Oratorio suddetto con quella della Badia della Madonna della Grazia seu delle Puzze, sita in questa predetta Terra di Castrignano, per esser di maggior decoro... più sonora... e di quel che si ricava dal rifuso (11 ducati) impiegare si dovesse sul rifacimento del tetto della Chiesa di detta Badia che sta pericolante...". Le proposte venivano approvate "unanimiter et pari voto" dai Consultori, mentre a fine "Conclusione" il segretario annotava; "et sic fuit conclusum nomine discrepante". Tra i padri spirituali ricorderemo il Rev. D. Salvatore Mangia, che per molti anni ebbe cura della Confraternita e con risparmi e donazioni di persone pie riuscì a costruire una bella cappella per i confratelli, nonché un Asilo sorto nel 1939, di cui il paese aveva tanto bisogno. Altro parroco spirituale è stato il Rev. D. Rocco Conti. La chiesa dell'Immacolata è stata ufficiata sempre la domenica fino a quasi trent'anni fa. Vi si teneva, inoltre, sin dal marzo 1780 un Triduo di Quarantore, dalle Palme al Martedì Santo, e fino a qualche anno fa la novena dell'Immacolata, che ora si preferisce tenere nella chiesa parrocchiale per comodità dei fedeli. C'è un buon numero di iscritti alla Confraternita, che versano una quota d'iscrizione annuale. Un tempo partecipavano alla Messa, alle funzioni sacre, alle processioni e ai funerali dei confratelli, i quali hanno anche diritto a speciali suffragi e ad un posto nella tomba.
(26) Arch. Stato Lecce - "Catasto Onciario dell'università della terra di Castrignano dei Greci - 1700. Un Ducato equivaleva a Lire 4,25. Il Carlino era la decima parte di un ducato. La Grana era la decima parte di un Carlino. L' Oncia unità di misura di peso (intorno ai trenta grammi).
27) Dal manoscritto "Libro delle Conclusioni del Venerabile Oratorio sotto il titolo dell'Immacolato Concepimento di Maria SS.ma della Terra di Castrignano dei Greci" - 1700.


COSTRUZIONI RURALI


Poco distante dai pozzi, all' imbocco della via di campagna che porta a Martano,ci sono i relitti della Masseria pozzelle, forse la più antica del luogo, costruita con pietrame e bolo. Tra i pochi vani rimasti non e difficile distinguere le stalle e i recinti per il bestiame. Secondo Luigi Ponzi il nome masseria deriva dall' unione di due parole Celtiche: mas che significa campagna ed er che vuol dire abitazione: quindi, abitazione di campagna. Le altre Masserie del territorio di Castrignano dei Greci si presentano più complesse e più solide nelle strutture edili e fanno pensare, in qualche modo, ad un tipo di piccole fortificazioni a carattere difensivo. Probabilmente erano dei veri e propri fortini, sparsi per le campagne, a guardia dell' entroterra, per avvistare prematuramente le incursioni dei pirati turchi che per ben quattro secoli, dal 1000 al 1500 imperversavano nelle nostre province seminando terrore e morte. Nel secolo XVII dette strutture furono trasformate in dimore del Massaro e divennero veri centri agricoli autosufficienti. Comprendevano decine e decine di ettari coltivati a pascolo, a seminativo, a vigneto, a oliveto e vari allevamenti di bestiame. Le masserie ancora esistenti sono: Masseria Scinèom, Masseria Arcona, Masseria Mauro-Monaco, Masseria Marrugo. Altre costruzioni rurali sono i trulli, parola che significa cupole. Di epoca antichissima, forse Messapica, sono stati realizzati con le pietre ricavate dal dissodamento dei terreni. Il vero trullo Salentino è a tronco cono, con un diametro di base minore dell' altezza. Di proporzioni più modeste ma della stessa struttura dei trulli sono i furneddhi o paiàri disseminati in grande quantità nel nostro territorio per l' enorme quantità di pietre da eliminare dal terreno: sono destinati a deposito di utensili o di paglia. Altre antiche costruzioni rurali sono le làmmie, anch' esse costruite con muri a secco, ma con la volta a tetto e una scaletta esterna ricavata su un muro perimetrale. Le Aie risalgono a epoche diverse. Sono a fondo naturale o su roccia pianeggiante. Servivano per depositare le spighe appena falciate che poi venivano sgretolate da una grossa pietra quadrata (pisàra), trainata da un cavallo, per ricavarne il frumento. I Palmenti erano costruzioni all' aperto. Sulla provinciale Castrignano-Corigliano ne esiste uno, ancora intatto, scavato nella roccia che nella sua rozza semplicità rivela l' ingegnosità dell' uomo. Comprende una piccola vasca dove veniva pigiata l' uva con i piedi e, affiancato ad essa, un pozzetto sottoposto, nel quale passava il succo d' uva che veniva lasciato fermentare. Il mosto veniva conservato in recipienti di creta, chiamati ozze o vozze. I Trappeti, invece li troviamo ubicati nelle grotte sotterranee, sparsi nelle periferie del paese o nelle campagne. "Questa ubicazione pare sia dovuta nel cercare un luogo caldo per agevolare il distacco dell' olio dalla pasta delle ulive infrante". La parola trappeto deriva dalla voce latina drupetum, onde Drupa. Gli antichi trappeti consistevano in una vasca circolare, nella quale giravano tre grosse ruote di pietra che, sincronizzate, non lasciavano spazi inutilizzati. Nei torchi, poi, avveniva il distacco dell' olio.


UN GIRO IN PAESE


Entrando in paese da via Martano,a sinistra, si imbocca il rione "Fanciullino" che porta alle "Pozzelle", paesaggio tipicamente orientale. Sul rialzo del terreno che circonda la spianata dei pozzi, sino al '700 sorgeva la chiesetta di S. Maria de le puzze con annesso "hospitale" che costituiva una caratteristica architettonica e sociale delle cappelle fabbricate "more graecorum" (rito greco). L' hospitale, secondo alcuni, va inteso come ospizio, costituito generalmente da una o due stanze riservate ad "accogliere temporaneamente pellegrini o viandanti di passaggio, dei quali nei secoli passati ci fu sempre un gran numero" (32). L' antico hospitale, secondo altri, aveva una funzione diversa dall' odierno ospedale, poiché accoglieva gli "incurabili" che non possedevano beni di fortuna (33). Nell'antico largo Alogna (Aie), attualmente Largo Santa Croce, c' è la cappella dell' Addolorata, di elegante struttura, di proprietà della famiglia Giuseppe Monosi. Recenti anche i dipinti che abbelliscono la cappella. L' unico altare è sormontato da un quadro dell' Addolorata. Vi si conserva una statua in cartapesta di S. Lucia costruita a Lecce. Accanto: una statuetta posizionata sull'ingresso di una abitazione. Al centro dello stesso largo, un tempo si ergeva un piedistallo, in conci di pietra leccese, con una croce di legno e poi di ferro. Nel 1968 si realizzò l' attuale monumento, voluto dall' amministrazione comunale Cotardo. L' opera, su progetto del prof. Salvatore Za di Castrignano dei Greci, presenta un arco in cemento rivestito di marmi di Trani. Sul basamento poggia un bassorilievo, dove è scolpita la "Deposizione" su cui sovrasta una croce. Tutt' intorno si stende un' aiola con piante decorative di alto fusto, per seguire la verticalità delle masse architettoniche. A sera l' arco illuminato dà alla visione un tono suggestivo. A est del largo Alogna, risalendo un leggero pendio si raggiunge il rione S. Leonardo dove sorgeva l' omonima cappella. Il Sig. Antonio Monosi fece alberare con acacie il viale che dalla fine del paese conduceva ad essa, sicché la leggera ascesa era divenuta una piacevole, ombrosa e salubre passeggiata con meta religiosa. La cappella era composta da due piccoli vani, L l' altare era sormontato da una tela con la figura del Santo che rompe i ferri di una prigione. Sul frontespizio della chiesetta si leggeva: Quod cecidit pauci melius struxere sacellum. Nun alibi meritum, hic micat alma fides - A.D.MDCCCLXII" (Pochi meglio eressero questo tempietto caduto. Altrove ora si spegne, e qui risplende l' alma fede). La cappella era ufficiata in occasione della festa del Santo (6 novembre). Col passare degli anni le sue condizioni divennero rovinose, da minacciare pericolo, per nel 1975 fu abbattuta. Il culto, però, non è venuto mai meno perché sullo stesso luogo va edificandosi una nuova chiesa. Tuttora il Santo viene festeggiato la domenica successiva all' ottava dei morti con una fiera e con festeggiamenti civili e religiosi. A breve distanza dal largo S. Croce, subito dopo il vecchio municipio c' è una piazzetta dove si erge il monumento ai Caduti(opera realizzata dall' Amministrazione Comunale Cotardo, con il contributo del popolo, nel 1967). Un tempo in questa piazzetta c' èra un ponte in pietra leccese, sotto il quale convogliavano le acque piovane che venivano ingoiate da una voragine, denominata CHAO (caos). In questa piazzetta si svolgeva il mercato che si spingeva verso via C. Battisti: es avìne (le avene). Per via Francesco Monosi si accede in piazza Sant' Antonio dove fa bella mostra la torre dell' orologio. Di demanio comunale nella stessa piazza, è la cappella di San Rocco, anch' essa di stile moderno, costruita sui ruderi di un' antica cappella omonima "olim parochia ecclesiae". Gli anziani ricordano ancora che sui muri della primiera cappella erano appesi gli ex voto per grazie ricevute e, all' epoca, i devoti non soltanto accendevano le lampade in ogni giorno di festa ma contribuivano ciascuno dal suo ad accrescere la festa di San Rocco. La cappella possedeva: "un pezzo di terra in luogo "Le Fogliame" alla via di Cursi, un arbore di ulivo alla chiusura di Maruccia Donato, un arbore di ulivo dentro la chiusura di Maria D' Aprile in loco "La Cassiana", sei arbori di ulivo dentro la vigna (illeg.) e proprietà alla "Cisterna" che fu di osta Elia (34). Attualmente la cappella di San Rocco è quasi sempre aperta al pubblico che ancora oggi volentieri vi si ferma o, passando, si scopre e accenna un segno di croce. In via Corigliano c' è la cappella di S. Vito, di proprietà D' Ambrogio. Per le sue caratteristiche stilistiche si fa risalire al '700 (35). L' altare in pietra leccese, è sormontato da un dipinto del Santo, che subì il martirio nella vicina Lucania sotto l' Imperatore Diocleziano. Dall' antica via "Farì" (IV novembre) si accede alla via Arciprete De Mitri lungo la quale c' è la scuola elementare e più avanti la chiesa dell' Immacolata. Questa strada fiancheggiata prima da acacie ed ora da ligustri porta al Largo Castello, un tempo ombreggiato da palmazi e pini. Vicino è l' Asilo Infantile, fondato dai coniugi Lubelli Giovanni fu Luigi e Mariano Consiglia fu Paolo e della confraternita dell' Immacolata nell' anno1932. Fu eretto ad Ente Morale con regio Decreto in data 29 ottobre 1936 - XV - . E' retto da un consiglio di Amministrazione. I predetti coniugi donarono irrevocabilmente i loro beni a S.E. L' Arcivescovo di Otranto Monsignor Frate Cuccarollo Cornelio Sebastiano, il quale per le facoltà che gli venivano dalla Legge, accettò i beni donati, a cui veniva assegnato rispettivamente il valore di L.50.000 e di L.12.000, come risulta dalla perizia giurata del geom. Gustavo Macrì di Maglie. La donazione dei beni di Giovanni Lubelli consisteva: 1) In una casa di abitazione di antica costruzione, con parecchi vani e giardino dietroposto, di are 16, alberato, provvisto di altri casamenti, cisterne, aie. 2) In tre fondi: "vigna", "Vincenzone", "Caritèa". 3) In una oblazione di L.25.000 dei coniugi medesimi. La donazione della moglie Mariano Consiglia consisteva nel fondo "Cropazza". La progettazione dell' asilo fu affidata agli ingegneri Ruggero e Giuseppe Congedo di Galatina. La gara per la costruzione dell' asilo fu aggiudicata dall' impresa Stomeo Apollonio fu Carmine da Martano per la somma di L. 37.808. L' asilo, come è scritto nello statuto, aveva lo scopo di raccogliere e custodire gratuitamente, nei giorni i bambini poveri d' ambo i sessi di Castrignano dei Greci, dell' età dai tre anni ai sei anni e di provvedere alla loro educazione. La vigilanza sull' andamento didattico era affidata ai "direttori didattici governativi". Nel Largo Sant' Onofrio, sottoposta, si trova la Cripta intitolata allo stesso Santo, di particolare importanza storica. Di essa si è parlato ampiamente in altre pagine. Sulla via di Melpignano si trova la chiesa di Santa Rita da Cascia, fatta costruire dalla famiglia De Mitri nell' anno 1967. Questa chiesetta, semplice e linda nella sua struttura, in armonia con quella omonima di Cascia, ha abbellito la zona periferica del paese. Sulla via principale che attraversa il paese si incontra il Castello Medioevale, "guardiano di pietra", "nido di rapaci baroni", (come lo definisce il poeta L. Mascello), e più avanti la via Cladici o Chiadeci che conduceva alla chiesetta della Madonna di Costantinopoli, di cui non resta che il ricordo della sua esistenza; ed è anche un lontano ricordo nella mente dei più anziani, il periodo che va dal primo venerdì di marzo, festa di Maria SS. di Costantinopoli, sino a Pasqua, quando numerosi fedeli si recavano in devoto raccoglimento a pregare presso l' immagine della Madonna e i bambini, nelle vicinanze della chiesetta, giocavano "a uova" facendole rotolare verso pozzette scavate nel terreno. Quest' usanza si praticò fino allo scoppio della prima guerra mondiale. In antico, accanto alla chiesetta su indicata, esisteva un "monastirio", retto da monaci Basiliani che, una volta soppresso l' ordine, fu trasformato in abitazione per i più poveri. Non disponiamo, invece, di notizie riguardo la cappella di S. Giovanni, di S. Antonio, di Santo Stefano, di San Nicola, di Santa Anastasia. Nella visita parrocchiale dell' Arcivescovo Lucio de Morra, 1608, queste cappelle esistevano, anche se in pessimo stato di conservazione, tant' è che nel 1897 Cosimo De Giorgi potè visitarle e osservarne gli ultimi avanzi. Le chiesette e le cappelle ubicate al di fuori dei centri abitati, erano accudite da un romito che conduceva vita ascetica, oppure da un oblato, termine con cui era indicato un particolare tipo di sacrestano che dimorava all' interno stesso della chiesetta e in qualche piccola stanza annessa o nelle vicinanze; molte volte era chierico "in minoribus" e viveva dei frutti di un immancabile giardino o orto che circondava la cappella. Spesso le chiesette e le cappelle erano dotate di lasciti, di appezzamenti di terreno, di beni patrimoniali per messe in suffragio dell' anima del benefattore o per un ciclo di predicazioni missionarie o per garantire la devozione verso il santo, con i festeggiamenti religiosi e anche civili. In quest' ultimo caso la tradizionale festa veniva organizzata da un apposito comitato e si svolgeva nella piazza principale del paese (o intorno alla chiesetta); il paese veniva sfarzosamente illuminato con lampade ad olio e ad acetilene. Per l' occasione accorreva gente dai paesi limitrofi per godersi la festa o fare spese. Le bande eseguivano scelta musica fino allo sparo dei fuochi di artificio. La festa si chiudeva col ballo della rituale tarantella napoletana, comunemente chiamata "pizzica pizzica". E' il caso di sottolineare l' importanza delle Sacre Visite dei Vescovi nelle parrocchie, durante le quali venivano compilati gli inventari dei beni ecclesiastici, venivano esaminate le strutture edilizie sacre, l' osservanza o meno dei dettami Conciliari attraverso i decreti emanati dal Vescovo, la frequenza dei fedeli ai Sacramenti, l' assistenza ai poveri, le Associazioni, le festività religiose, la composizione numerica del clero, l' incidenza del laicato nella erezione di altari e cappelle con il diritto di patronato, il dispositivo del Cimitero


CHI SONO I GRECI DEL SALENTO?


Attualmente le persone più anziane di Castrignano dei Greci usano dire "Imesta Griki" (siamo Greci); "Milume Grica" (parliamo Greco). E allora nasce spontaneo chiedersi: chi sono i Greci del salento? Da quali territori della Grecia sono venuti in Italia? E in quale epoca? A queste domande rispondono due ipotesi antitetiche che vanno sotto il nome dei loro principali assertori: Giuseppe Morosi, vissuto verso la fine del secolo scorso, sostiene che queste colonie Greche risalgono al medio evo, e cioè alla dominazione bizantina; il tedesco Gherard Rohlfs afferma invece che esse rappresentano la continuazione dell' antica Magna Grecia. A queste teorie si sono associati altri studiosi Italiani e stranieri , tra i quali il glottologo salentino Oronzo Parlangeli e il professore Paolo Stomeo, seguaci della ipotesi del Morosi. Quest' ultimo, tra l' altro scrive: "Anche se si vuole ammettere che uno sparuto numero di Greci della Magna Grecia si trovava ancora in Italia al tempo della venuta dei bizantini, esso fu certamente assorbito dal notevole contingente numerico bizantino" (4). Circa la provenienza dei Greci si può dedurre dagli elementi dialettali caratterizzanti che essi (i greci) per la maggior parte vennero dall' Epiro, da Greta, da Cipro e anche dal Ponto e dalle coste Asiatiche. "La lingua Greca che oggi si parla e si scrive ancora -Paolo Stomeo- non fu mai compatta in tutto il salento, e perciò la sua graduale ritirata non è paragonabile a quella delle acque di un lago che si è andato via via prosciugando, fino a ridursi ai paesi che attualmente la parlano, ma sin dall' inizio tale lingua si diffuse in zone intervallate da abitanti di lingua neo-latina o romanza, così che, col passare del tempo, l' elemento greco e quello romanzo, coabitando, hanno dato origine al fenomeno del bilinguismo. Per questo motivo le popolazioni di questi paesi sono chiamate gente dalle due lingue" (5). Comunque la questione dell' origine del "Grico" è ancora "sub iudice". Alla conservazione della lingua, rilevante è stato il contributo del clero greco e la permanenza del rito greco nelle chiese a stretto contatto col popolo. Allo stato delle cose, il greco e in lento disuso: è ancora parlato dagli anziani ma è rifiutato dai giovani, creando così una frattura generazionale che pregiudica la sua persistenza. Per arginare questo continuo e, ai nostri giorni, sempre più rapido declino del patrimonio idiomatico e culturale si è dato alla scuola il compito di valorizzare la lingua greca e, per quanto possibile conservarla. Introducendo il greco nella scuola, non c'è stato l' intento di tornare al passato, poiché ogni ritorno è impossibile e, inoltre, "una lingua esiste fino a che esprime la vita quotidiana" diversamente non ha più ragion d' essere. Noi quindi, continuiamo a difendere il brandello di lingua, ma oltre questo lo sappiamo non si può andare


TA FREATA (I Pozzi)


Da sempre l' ambiente è stato considerato un patrimonio inestimabile da difendere e tutelare. "Ambiente si può, ambiente si deve": è questo l' impegno consapevole di ognuno di noi. L' acqua è una grande ricchezza dell' uomo. Castrignano dei Greci ha il suo patrimonio idrico: Ta fréata (i pozzi) ed è superfluo sottolineare quale utilità viene all' economia locale dalla presenza di queste acque. Alla pagina 106 del catasto terreni, ditta: Comune di Castrignano dei Greci, al foglio 2 principale A si legge: " Fontana pubblica " di are 57,43; foglio 2 particella 52 "pascolo" di are 37,21. Questa l' ultima particella, anche se delimitata in catasto, allo stato di fatto sul terreno è incorporata alla particella A. In breve, la superficie occupata dai pozzi è di are 144,64. Di che si tratta? Nei pressi dell' abitato c'è tuttora un raggruppamento di piccoli pozzi, denominati "Ta fréata" dai quattro ai sei metri di profondità, che un tempo sopperivano alle necessità idriche della comunità, oggi quasi tutti inutilizzati. Essi non hanno alcun rapporto con le acque freatiche perché raccolgono nelle loro cavità le acque piovane dopo essere state filtrate fino a uno strato di terreno argilloso ed impermeabile; scavati in rocce friabili, sono rivestiti con pietre di calcare permeabile cementate con bolo, sia per lasciarvi filtrare le abbondanti acque piovane che per evitare smottamenti; sono completati in superficie da un monolito in pietra calcarea, "il puteale" (lu uccale)-(il boccale) , a forma e con le mansioni di pozzale. Questi puteali sono semplici, lisci e accanto ad alcuni si trovano ancora pile che, piene d' acqua, servivano ad abbeverare cavalli e greggi. In quasi tutti sono visibili gli incavi prodotti dallo strofinio della fune(lu nzartu) che portando su e giù il secchio, ha logorato il bordo. "Sono segni profondi che lasciano pensare e quasi calcolare, con un certo coefficiente di erosione, da quando e per quanto tempo hanno subito queste numerose e profonde ferite". Ancora oggi gli uccelli, con occhio acuto scrutano questi pozzi per calarsi in cerca di una piccola conca d' acqua. Avvalendosi delle norme relative al miglioramento fondiario "piano verde" si fece trivellare un pozzo artesiano che ha una portata di 90 litri di acqua al minuto. La realizzazione di questo impianto ha contribuito ad elevare la produttività agricola dei terreni circostanti.


IL CASTELLO BARONALE


E' risaputo che i Greci, dominatori di gran parte di terra d' Otranto,per oltre mezzo secolo, si avvalsero delle fortezze esistenti in loco per respingere le invasioni dei Longobardi e dei Normanni, che durarono senza sosta, dal VI secolo (39). Nel volgere di tale lungo periodo non è improbabile che intorno al 1000 l' antica fortezza di Castrignano dei Greci sia stata trasformata in un castello triturrito intorno al quale nacque il villaggio, a cui i Greci dettero lingua, usi e costumi conformi a loro. La presenza dei castelli un pò dovunque sta nel fatto che le famiglie dei feudatari osservando la legge germanica che non riconosceva il "maggiorascato" assegnava ai discendenti una porzione di feudo. Ciò portò ad un funzionamento parcellare e alla costruzione di castelli, di cui alcuni erano poco più di case coloniche. Nel nostro castello, innalzato nella parte bassa del borgo antico, si convogliavano buona parte delle acque piovane che, stagnando nel fossato che lo circondava, costituivano una sua difesa naturale; esso doveva essere al centro dell' originario agglomerato urbano, di cui non si conosce quanta fu vasta l' area. Questo maniero, costruito"multas et artes" dai "magistri frabicatores" locali, divenne l' abitazione dei feudatari, i quali lo consideravano l' elemento più importante della difesa, preferendolo alle cinte urbane, in quanto a costoro importava dominare piuttosto che difendere i centri urbani. In una pergamena di re Carlo I d' Angiò, il nostro castello e ricordato, assieme ad altri castelli del Salento, come sito fortissimo di difesa per respingere attacchi nemici. E' provato che contribuì a respingere l' attacco dell' esercito del papa Innocenzo VI che voleva saccheggiarlo. Dalla lettura della citata pergamena si deduce, altresì, il castello aveva una sua autonomia con soldati, vettovaglie e leggi; disponeva di alcuni "inservientes" (addetti ai lavori di manutenzione) e, quando occorrevano delle riparazioni, interveniva l' università di Castrignano a concorrere alle spese (40). Il castello è al centro di un fossato(presentemente interrato e in parte occupato da abitazioni) su cui sopravanza il basamento dei muri a scarpa. Su questo basamento, cinto da un robusto cordone in pietra leccese prendono il loro elevarsi, a piombo, le facciate, di semplici linearità, interrotte da finestre dai modesti fregi decorativi e sormontate da stemmi gentilizi e da qualche piccolo putto a braccia aperte. La facciata di via V. Emanuele è tutta in pietra leccese a file di blocchi squadrati e levigati di altezza costante (un palmo), messi in opera a "faccia vista" senza intonaco esterno, come tutte le facciate in pietra leccese, e si possono quindi agevolmente contare. In alto si nota un susseguirsi di mensole che completano la facciata. Il tutto molto semplice e lineare secondo le leggi dell' architettura salentina del medioevo. Fanno spicco ai lati i gocciolatoi di semplice linearità. Sul portone d' ingresso si impone l' arma gentilizia dei Gualtieri. Entrando si attraversa un piccolo androne carrozzabile che immette in un cortile, dal quale si accede in diversi ambienti: scuderie, magazzini e nelle adiacenze trappeto e forno. In uno di questi ambienti c'è un passaggio murato che-a quanto si dice-dovrebbe essere una galleria che porta alla citata abazia di S. Onofrio (cripta bizantina). E' certo invece che c'erano nell' atrio due cisterne con puteali scolpiti in pietra leccese. Nello stesso cortile sul lato sinistro esiste una scalinata molto antica che porta a una terrazza scoperta, chiusa da una balconata in pietra. Da questa si accede ad ampie stanze che non mostrano nulla di notevole. Sul lato destro, pochi gradini portano a un vano sulla ci volta è scolpito un falco: stemma dei baroni Gualtieri, da questo, parte una scalinata che porta al piano nobile, al termine di questa scalinata fanno bella mostra due arcate seicentesche. E' stato accertato che i soffitti originari del primo piano erano a limbrici (tegole) e successivamente trasformati a volta. In una delle stanze si nota una botola circolare: doveva essere il "trabucco" (trabocchetto) dove venivano gettati i malcapitati "destinati a miglior vita. Sull' ala destra dell' antica costruzione quella, cioè, che guarda nel Largo Castello, un tempo faceva bella vista un giardino pensile del quale ne è rimasta una piccola parte. La facciata di via Umberto I presenta una scala scoperta in pietra che porta ad un artistico balcone. I balaustri della balconata poggiante su robusti mensolari sono di stile rinascimentale, piuttosto tozzi. Nell' angolo di nord-est della stessa facciata si notano i ruderi di una garitta (ce ne doveva essere più di una) per riparo delle sentinelle o come ricovero di manovratori delle attrezzature del castello. Dalla sua posizione è facile dedurre che il castello ebbe la duplice funzione di fortezza e di dimora, feudale; infatti si distingue una zona destinata alla residenza vera e propria del feudatario e alle cerimonialità e una parte destinata ai servi e ai soldati che comprendeva anche depositi di armi, attrezzi agricoli e viveri; e inoltre stalle per i cavalli e vari ricoveri per animali e vettovagliamento. Il feudo di Castrignano nel medioevo appartenne alla contea di Lecce sin da quando il normanno Tancredi, conte di Lecce, lo donò a Pietro Indimi, suo valoroso condottiero. Attorno al 1347, allorchè la contea di Soleto (Lecce) venne occupata da Raimondello Orsini del Balzo, il castello di Castrignano con gli altri castelli svolsero un' azione di strenua difesa nella lotta contro l' infeudamento, anche se ciò non valse a scampare il villaggio dal divampare di guerra e di devastazioni (41). Il castello appartenne a diverse casate feudali. Tra i feudatari più noti, Filippo Prato che lo acquistò da Porzia Tolomei e Alfonso Guevara. Successivamente, terre e castello furono comprati e rivenduti da amministratori, Intendenti e Luogotenenti dei Gualtieri. Nel 1591 il capitano Mario Pagani da Oria li acquistò dal barone di Acaja. Nel 1646 Giuseppe Marchese, Principe di Montemarano e S. Vito, a Gerolamo Maresgallo che era creditore di Francesco Antonio Prato. Ne furono proprietari, poi, nel 1679 Raimondo Prototico di Otranto ed infine la famiglia Gualtieri col titolo baronale (42). Nicola Gualtieri fece demolire la parte superiore dell' antico torrione che "minacciava rovina" ed edificò un palazzo. Durante il sistema feudale grande fu l' avvilimento e la prostrazione della nostra gente per la malvagità e la crudeltà dei feudatari e le tristi condizioni economiche. Documenti attendibili sull' argomento sono le relazioni dell' economista Giuseppe Maria Galanti, il quale, verso la fine del 700 e più propriamente il 24 aprile 1791, in veste ufficiale di "visitatore generale", redisse, per resoconto sulla terra d' Otranto, una relazione al re Ferdinando IV. Tra l' altro, evidenziava, i dritti feudali di questa provincia che "erano infiniti" e variavano da feudo a feudo (43). Giuseppe Lisi in un suo pregevole studio di economia salentina del 1700 (44) illustrava i molteplici diritti feudali che i baroni avevano sulle proprie popolazioni che cosi sintetizzo: -Diritti della giurisdizione, per cui ai sudditi del barone toccano versare una somma di denaro per l' esercizio della "bagliva" (dritti di giustizia) "per casa seu fuoco secondo la qualità e la facoltà della persona, di che si formava un libro su ciò che fruttavano le rendite di ognuno" (45). Tutti i vassalli e gli abitanti erano tenuti a far la guardia di giorno e di notte al castello secondo il comando dei suoi agenti. -Diritto del connatico in virtù del quale "la meritata pagava una tassa annuale per l' uso del suo corpo; la vedova pagava meno per non aver fatto uso" (46). E ancora: "Esaminando la raccolta di tutte le decisioni emesse della Commissione feudale ho trovato in tre comuni di terra d' Otranto cioè Matino, Parabita, Salice, si esigeva ancora - ma fortunatamente non più in natura, ma commutata in una prestazione di denaro il cui ammontare variava da comune a comune e che non aveva alcun' altra giustificazione se non quella dell' abuso- lo jus cunnatici o cunnandi - che celava l' antichissimo e tristemente famoso jus primae noctis, indicandosi con tale espressione il preteso diritto dei signori feudali di cogliere le primizie delle spose dei propri vassalli o dipendenti nella notte nuziale. -Diritti detti di erbatica delle pecore e delle capre, per cui i baroni riscuotevano annualmente una agnella ed il cacio e ricotta di un giorno. -Diritti detti di carnatica per cui si esigeva una parcella d' ogni parto di scrofa. -Le decime, cioè la decima parte del "frutto" e di tutto ciò che si coltivava e nasceva dalla terra. - Il pagamento di una tassa da ogni paio di buoi per i lavori dei campi e per il trasporto dei prodotti. -Successione dei beni la feudatario senza discendenti legittimi o naturali. -Un tomolo di grano ed altrettanto di orzo da ogni famiglia. In terra d' Otranto, come in tutto il regno di Napoli, la feudalità fu abolita dai Francesi nel 1806, i quali emanarono la cosiddetta "Legge eversiva della feudalità" che dichiarò "esistente tutte le prestazioni personali sotto qualunque nome venissero appellate, che i possessori di feudi per qualsivoglia titolo solevano discutere" (48). Un' apposita "Commissione Feudale" lavorò alacremente fino al 1810 per appianare le controversie insorgenti fra Comuni ed ex baroni, in ordine alla interpretazione ed all' applicazione della legge eversiva. 39) Bernardino Braccio, autorevole scrittore Salentino, vissuto nel secolo XI, in un brano di cronaca, datato:A.D.1023, srive:"negli anni novanta nello reame di Puglia erano assai Baroni tiranni greci e Longobardi che fecero sempre guerra insieme.


IL CONDOTTIERO BASILIO


E si racconta ancora... IL vecchio condottiero Basilio, signore bizantino di Castrignano, allora contrada "Castrignanà", carico di armi e di onori, si era ritirato a vita privata in una graziosa casina alle porte del paese. Passava il suo tempo tra la lettura dei classici greci e la coltura dei suoi giardini. Gli faceva compagnia la diletta nipote Zantùla, il cui nome significa biondina,dovuto alla sua ricca capigliatura decisamente bionda come l' oro. Una notte Basilio era uscito per i campi e istintivamente si attardava perché presentiva ambigui e incomprensibili segni che venivano dal mare. Intuendo sventure e lutti per i Greci, si lasciò guidare dal suo istinto, corse in paese e invitò quanta più gente poté ad accalcarsi nei sotterranei della fortezza che portavano ad una grotta, un tempo primitiva abitazione e luogo di preghiera dei monaci basiliani. Con due grossi macigni fece sbarrare entrambi gli ingressi per non destare sospetti. Alle prime luci dell' alba, infatti, sul mare poco distante, comparvero decine e decine di navi. I Saraceni non tardarono a sbarcare e, come loro abitudine, irruppero improvvisi e violenti negli abitacoli della povera gente. Le forze greche, prese alla sprovvista, si asserragliavano nella fortezza, ma non ressero all' urto e quella travolgente valanga nera disseminò ovunque terrore e morte. Dal ricovero sotterraneo i pochi salvati da Basilio, udivano le urla terrorizzate dei fratelli e i colpi di scimitarra della soldataglia nera, accompagnati da invettive sguaiate. Poi il frastuono si allontanò e un grande silenzio avvolse la martoriata terra. Dopo alcuni giorni, avviliti e disfatti, uscirono dal rifugio e vennero a sapere che i Saraceni, raggiunto il Chao erano stati irresistibilmente attratti e assorbiti dal baratro. Per cui le milizie greche ebbero il tempo di organizzarsi e respingerli sino alle loro barche, salvando così il paese da ulteriori razzie e distruzioni.


IL TUMULTO ELETTORALE DEL 1914 A CASTRIGNANO DEI GRECI


Nel 1914 a Castrignano de Greci scoppiò un grave tumulto dovuto a violenze elettorali. Questi i fatti desunti da una pubblicazione del tempo. La votazione per il Consigliere Provinciale del 21 giugno 1914 nel Mandamento di Martano (comprendente i Comuni di Martano e Castrignano dei Greci) ebbe il seguente risultato:
Elettori del Mandamento = N. 3.777
Votanti = N. 2.761
Corina Tommaso = N. 1470 voti
Comi Angelo = N. 1291 voti
(elettori di Castrignano dei Greci = N. 557).
Venne eletto Consigliere Provinciale il Sig. Corina Tommaso di Martano avendo ottenuto 179 voti più del Sig. Comi Angelo di Corigliano d'Otranto. Contro la proclamazione del Sig. Corina furono presentate proteste per violazione di leggi nelle sezioni elettorali. Si decise di procedere ad un'inchiesta e fu nominato un Comitato inquirente per far luce sulla vicenda. Questo ascoltò ben sessanta testimoni scelti tra coloro che vennero indicati dagli opposti partiti e parecchi, nominati d'ufficio. A Castrignano le votazioni erano state precedute da tristi e paurosi eventi: la lotta si era svolta tra due fazioni locali capeggiate dalle due famiglie più in vista del paese che sostenevano rispettivamente i due candidati in lotta. Per fronteggiare la situazione furono mandati dal capoluogo alcuni funzionari di P.S. che a malapena riuscirono a calmare gli animi poiché la gente diffidava delle Autorità che vedeva per la prima volta. Le violenze si prolungavano sino a notte inoltrata da parte de gli agitatori, i quali giravano per il paese armati di grossi e nodosi bastoni. "Sul posto erano stati dislocati quaranta uomini di truppa, venticinque soldati e quindici carabinieri: forza questa - fu detto - capace di garantire l'ordine pubblico a condizione però che si fosse fatto l'uso delle armi". Un Maresciallo dei Carabinieri appena giunto a Castrignano dei Greci fu costretto ad intervenire con la forza per far disperdere una moltitudine che minacciava di assalire l'abitazione del capo avversario; e, quando quella folla fu dispersa, dovè correre verso gli alloggi dei Carabinieri, dove erano rimasti soltanto due militi, perché altra folla voleva impossessarsi dei moschetti. La sera del sabato, precedente le votazioni, ci fu un violentissimo comizio di chiusura che minacciò una vera e propria rissa, repressa in tempo. Il giorno delle votazioni, carabinieri e soldati furono costantemente presenti in aula. In un primo tempo le operazioni procedettero con calma (sino alle ore 11), tranne un lieve incidente avvenuto verso le 9 tra i due capi delle fazioni locali. Uno di essi "ebbe a lanciare delle schede in faccia all'altro", ma il fatto non ebbe conseguenze per il pronto intervento del Maresciallo dei Carabinieri. Senonchè alle 11 nacque un tafferuglio e, mentre questo accadeva proprio vicino all'ingresso della sala elettorale, "da alcune terrazze prospicienti la piazza, e precisamente dalla terrazza del l'orologio, di proprietà comunale, venivano lanciati grossi sassi contemporaneamente in direzione del portone del seggio elettorale tanto che alcuni elettori che erano rimasti nella sala, lo chiusero, per precauzione, lasciando socchiusa la portella. Ad aumentare il panico e ad aggravare lo spavento che invase la folla, contribuì la fortuita esplosione del moschetto di un Carabiniere che, in quel momento di acuta sensibilità, tutti ritennero l'esplosione di una bomba. E fu fortuna che quel colpo esplodesse, perchè così la folla si sbandò ed il tumulto, durato una quindicina di minuti, non ebbe più gravi conseguenze. Tutti scapparono con grida di terrore, le donne spaventate cercavano di indurre i rispettivi parenti ad allontanarsi dalla sala elettorale". Quindi le elezioni, furono "la somma di tutto un sistema in scenato di minacce, di soprusi, di vie di fatto da parte di quel partito, che rimasto soccombente nelle precedenti elezioni politiche, aveva la coscienza di non rappresentare la maggioranza del corpo elettorale, ma che ad ogni modo, voleva una rivincita con tutti i mezzi: dalla mancata distribuzione dei certificati elettorali, (onde fu necessario l'invio di un Commissario prefettizio) sino al tumultuoso impedimento del libero esercizio del voto". Il neo eletto, dott. Corina, cercò di minimizzare gli avvenimenti sostenendo: - "che la libertà del voto non era stata per nulla violenta da quei fatti medesimi; - che la sassaiola era durata poco e non aveva colpito alcuno: invece era stato detto, che era stata abbastanza grave e che una pietra, per esempio, aveva sfiorato il capo di un sottoufficiale dei Carabinieri ed altre avevano colpito il portone della sala elettorale, per cui era stato chiuso; - che ciò inoltre, era stato determinato in conseguenza alle provocazioni dei suoi avversari che, nei giorni precedenti le votazioni, avevano assoldato la malavita di Galatina". Per quanto riguarda la malavita di Galatina, fu provato che "la sera di sabato furono effettivamente notati nei pressi di Castrignano dei Greci degli individui sospetti, ed infatti i Carabinieri andarono a scovare nella masseria "Scinéo" di proprietà del Sig. Mongiò una ventina di galatinesi, i quali evidentemente erano stati chiamati dai sostenitori del candidato A. Comi, per opporre una certa resistenza agli eccessi degli avversari. Se non che tutti quei galatinesi se ne andarono la stessa notte del sabato, ed uno di essi, certo il più animoso, che la sera aveva avuto l'imprudente idea di entrare in Castrignano, fu solennemente percosso dai seguaci della fazione contraria. Gli inquirenti accertarono, infine, che gli autori della sassaiuola erano alcuni dei sostenitori del Corina, i quali attraverso la terrazza di un loro partigiano, erano passati sull'altra dell'orologio". Dinanzi alle irregolarità elettorali compiutesi nelle due sezioni di Martano ed agli impressionanti fatti di violenza perpetrati in Castrignano dei Greci, e ciò unicamente per ossequio alla legge, "per la purezza del costume elettorale, e più che per altro per quella educazione politica che tanto più deve auspicarsi, quanto più si estenda il diritto di voto", il Presidente del Comitato Inquirente Avv. P. Castellano, i Commissari Avv. G. Garzia e Avv. A. De Gennaro, relatore, proposero che nelle dette tre sezioni si dovesse ripetere l'esperimento della votazione.


LA CRIPTA BIZANTINA


Di particolare importanza storico - religiosa è la cripta di S. Onofrio che prese il nome di un monaco eremita, venuto dalla lontana Tebaide, antica provincia dell' alto Egitto. Riguardo questa cripta niente è rimasto nei vari archivi, quindi, se ne può ricavare la sua storia solo dalla storia delle altre cripte, con le stesse caratteristiche, risalenti alla stessa epoca e costruite per gli stessi intenti. Un solo fatto accertato è che sulla cripta esisteva una chiesa intitolata allo stesso S. Onofrio e ce ne dà atto la testimonianza del De Giorgi che viene convalidata dal fatto che demolita la chiesa, la piazzetta rimase col nome : Largo S. Onofrio. Il De Giorgi, nella descrizione che fa dei comuni della provincia di Lecce nel 1897, scrive: "Recentemente è stata vandalicamente atterrata la chiesa di S. Onofrio con cripta sotterranea a volta sostenuta da colonne e con un' iscrizione greca (che io conservo) sull' architrave di una delle porte d' ingresso del piano superiore". (14) Con l' atterramento della Chiesa di S. Onofrio, anche la cripta fu interrata e nessuno parlò più di questo luogo sacro. Il 25 agosto 1965, ad iniziativa dell' Amministrazione Comunale Cotardo, furono eseguiti i lavori di sterramento che portarono alla luce la cripta. Detta cripta è situata in una grotta naturale con evidenti trasformazioni della primitiva grotta, al tipo di basilichetta. E' formata da due ambienti, uno dei quali, il più grande, al quale si accede attraverso due rampe di scale regolari e convergenti, è diviso in due parti, una è riservata al celebrante e l' altra ai fedeli. Quest' ultima era dotata forse per sostenere la volta o per puro abbellimento da colonne di "Lecciso" (pietra Leccese), di cui sei abbinate, scanalate a metà. Una sola è stata trovata intatta, le altre sono state ricostruite poi, nella restaurazione, con vari pezzi tratti dalle rovine. L' altare è scolpito in un masso naturale, mentre ai suoi lati si trovano due mensole in pietra costruite in epoca più recente. Alle spalle dell' altare, attraverso due passaggi, a destra e a sinistra si accede ad un secondo ambiente, molto più piccolo del primo, il quale per l' aspetto rozzo e nudo e l' esistenza di un foro in alto che, probabilmente, era il primitivo ingresso della grotta, fanno pensare essere il primo abitacolo. Da un lato è incastrata nella roccia la pila dell' acqua Santa (anche questa costruita in un secondo momento), sulla quale è scolpita una data in lettere greche IBYZ (1236). (Forse l' epoca di una ristrutturazione). Al momento in cui la cripta fu portata alla luce nella iconostasi c' era dipinta l' immagine della Madonna con colori a tempera che andavano dal grigio scuro, al giallo all' azzurro e al rosso ocra. Ai lati di una delle scale, nelle stesse tinte, si intravedeva in maniera indistinta la figura di un Santo non individuato. Purtroppo, sia l' una che l' altra al contatto della luce e dell' aria si dileguarono. Altro ritrovamento interessante, i resti di scheletri umani. Lo sterramento della cripta richiamò l' attenzione di studiosi e ricercatori, i quali, esaminato il suo complesso architettonico, concordarono a farla risalire al VI secolo dopo Cristo, quindi al tempo "in cui i Calogeri Basiliani si rifugiarono nelle cripte, scavate nella roccia, che divennero poi centro delle comunità e delle manifestazioni di carattere religioso" (15). Inoltre, da varie ricerche storiche, si può dedurre che S. Onofrio era una chiesa di rito greco, ma, nel 1600,dopo il tramonto di questo rito, passò sotto il controllo dei preti latini. Questi, per imporre più efficacemente la loro religione, non ebbero scrupoli a coprire gli affreschi delle cripte, sottovalutando la distruzione di vere e proprie opere d' arte legate a un periodo storico importante e basilare per tutti. Di fronte alla cripta di S. Onofrio, tra un complesso di costruzioni, una delle quali del XVI secolo, è distinguibile "l' abbazia di Santa Candelora della Giovanella e Sant' Onofrio" con annesso pozzo (ora interrato). Questa casa religiosa di monaci Basiliani possedeva: orto e casa di Marchese da Mauri lascito di Lionardo Stefanacchi di Corlianò" (16). L' abbazia è ora trasformata in casa di abitazione, ma conserva ancora la struttura antica. alla cripta sono sparse numerose buche a forma di botte o rettangolari, non molto profonde, vicine le une alle altre e perfette nella struttura. Furono i primi rifugi dei Calogeri, ove essi trascorrevano i giorni votati alla mortificazione della carne e alla contemplazione dell' oltretomba. Solo la domenica si radunavano nella Cripta e assistevano alla celebrazione dei riti liturgici. Ciò è avvalorato dal fatto che nell' isola di Cefalonia, intorno alla cripta di S. Gerasimo, vi sono identiche buche eremitiche.


LA LIGNITE MALEDETTA


Il giorno del Corpus Domini del 1940 due operai di Soleto, disoccupati improvvisati minatori, avevano iniziato il lavoro di estrazione di lignite nella zona delle Pozzelle. Lavoravano ininterrottamente, incuranti della festa, nella speranza di poter ricavare un pò di soldi e risolvere i loro problemi. Lavoravano al pozzo grande. I due operai si alternavano: uno scendeva nel pozzo e lavorava fino a che i suoi polmoni resistevano, poi, tirava una fune per avvertire l' altro, il quale lo aiutava a salire e, quindi, gli dava il cambio. A un certo punto l' operaio che era fuori, si rese conto che il compagno tardava a mandare il segnale; riverso nel pozzo chiamò a gran voce l' amico, facendosi scudo con le mani, ma non ebbe alcuna risposta. Terrorizzato dal sospetto che l' amico fosse svenuto per mancanza d' aria, si mise a correre quanto più potè urlando aiuto. Sali di corsa verso il "Farì" (largo IV Novembre) e incontrò gli uomini che seguivano la processione del Corpus. Questi capirono il pericolo e in volo raggiunsero la spianata delle Pozzelle e quindi il pozzo. L' operaio di Soleto volle scendere per primo in aiuto dell' amico e i castrignanesi fecero a gara per aiutarlo. Ma quando tirarono le funi che portavano alla luce i due sventurati purtroppo si accorsero che i loro sforzi erano stati vani. Uno dei due era morto, ed era proprio quello che generosamente era sceso a salvare l' amico: aveva appena fatto in tempo a legarlo a sè ed era spirato. La spianata delle Pozzelle è stata sempre un luogo frequentato e affollato da donne che in gruppi o a sole si recavano per rifornirsi d' acqua. Soprattutto verso sera quando il crepuscolo si distende sull' affaticata natura, in fila indiana, a passo lento come in processione, raggiungevano la spianata delle Pozzelle con la brocca di terracotta sulle spalle e il secchio per tirare l' acqua dai vari pozzi. Dopo la disgrazia le donne continuarono a scendere, ma non mancavano di mandare uno sguardo al pozzo della lignite maledetta e recitare una preghiera in suffragio del povero operaio che per gran bisogno aveva tentato la fortuna rimettendoci la vita. Peccato! - mormoravano le donne - peccato, non ne valeva la pena! Oggi le donne non vanno più alle Pozzelle ad attingere l' acqua e i pozzi sono stati chiusi con le loro grate o interrati, ma a passare loro vicino, verso sera, e a pensare all' accaduto, par di sentire ancora mormorare: Peccato!... Peccato!...


LA VITA RELIGIOSA


La vita religiosa dei greco-salentini appare collegata con la problematica della storia del bilinguismo greco-romanzo nella provincia di Terra d'Otranto, per cui sin dal 1200 nelle nostre comunità convivevano parlate e riti differenti: l'ambiente di rito greco e di lingua greca da una parte e l'ambiente di rito latino e di lingua latina dall'altra. La contrapposizione dei due riti pare, in effetti, riferirsi alle esigenze di determinati ceti sociali: l'aristocrazia e il popolo minuto. E' opportuno ricordare che il IV Concilio Lateranense del 1215 raccomandò, tra l'altro, di curare la predicazione ai fedeli in lingua materna (21). "Se seguiamo le vicende della Chiesa di rito greco nel Salento — scrive S. Sicuro — noteremo che grandissima era la diffusione di detto rito per tutto il '400... Dalla visita apostolica dell'arcivescovo di Otranto, Lucio de Morra (1606-1623) si può desumere l'esistenza di ecclesiastici greci in 13 paesi della diocesi di Otranto"(22). A Castrignano dei Greci il rito greco tramontò dopo il 1606. Tra i preti greci ordinati "more graecorum" troviamo: Desacola Sabati, Drangus Martino, De Elia Costa, Galasso Angelo, Palma Gregorio, Petrelli Marco, De S. Nicola Antonio, Saraceno Pompeo, Villanoj Joannes (23). La Liturgia Greca Allo stato delle conoscenze attuali, la liturgia d'uso presso le comunità bizantine viene comunemente attribuita a S. Giovanni Crisostomo (gr. bocca d'oro) (347-407), patriarca di Costantinopoli, che rimaneggiò e sostituì, con testo assai più breve, particolarmente le preghiere del celebrante, che si trovano nella Liturgia di S. Basilio. Riportiamo quanto è detto nella Sacra Liturgia di S. Giovanni Crisostomo, che si può dividere in tre parti: "1) Preparatoria riguardante la materia (il pane e il vino), e la preparazione degli animi degli assistenti, mediante lettura dell'antico testamento (Antifone, Prokomeni) e del Nuovo Testamento (Epistola, Vangelo)". "2) Centrale sacrificale: (Introito grande. Consacrazione, Comunione)". "3) Conclusiva: (dalla Comunione alla benedizione finale). "Valore dogmatico — La S. Liturgia è la rinnovazione, del sacrificio della Croce, sotto altra forma, ma con l'identico valore latreutico, eucaristico, espiatorio, impetratorio". "Come assistervi: Seguendo con attenzione e con compunzione di cuore le preghiere del Sacerdote e meditando la Passione e Morte del Signore". Ricordare: "quando il Sacerdote celebra, onora Dio, rallegra la Chiesa, aiuta i vivi, procura riposo ai defunti" (24). In alcune ricorrenze religiose dell'anno i preti greci e quelli latini costituivano una piccola congregazione per la concelebrazione di alcune funzioni religiose: riti della settimana Santa, Pasqua, Pentecoste, Epifania. Le promiscue concelebrazioni, però, e altri abusi liturgici subirono un duro colpo con le disposizioni di Gregorio XIII che, tra l'altro, ordinò ai Greci di non celebrare nelle chiese latine. Fu così che pian piano sacerdoti e riti greci "alienati", dispersi e bruciati i loro libri, avversati dagli Ordinari Diocesani, scomparvero definitivamente.


LO STEMMA DI CASTRIGNANO DEI GRECI


Lo stemma del comune di Castrignano Dei Greci rappresenta "un castello triturrito, conforme al sigillo di detto Comune esistente nei Catasti Onciari, volume 7803, anno 1746, provincia di Terra d'Otranto" e corrisponde al timbro a secco impresso nelle pagine del Catasto Onciario, volume B.29, anno 1741 dell' archivio di Stato di Lecce. Il Gonfalone è un "drappo partito di giallo e di rosso caricato dell' arma sopra descritta e ornato di ricchi fregi d'argento"57. La Blasonatura: "d' oro, al castello triturrito di rosso, chiuso e murato di nero, le torri merlate ciascuna di tre alla ghibellina, quella centrale più elevata"


MAGIA O ABUSO FEUDALE


E si racconta ancora... Un tal Costantino, ciabattino di professione e analfabeta, era riuscito ad entrare, per arte magica, nelle grazie di Don Nicola, barone di Castrignano, tanto da divenire il suo confidente su ogni cosa riguardasse il governo del casale. Con la morte di Don Nicola, come era da prevedere, Costan tino ritenuto un "fattucchiero", fu imprigionato nel carcere baro nale da Don Franza, figlio del barone, con l'accusa di aver usato poteri magici sulla volontà di Don Nicola. Per raggiungere questo scopo egli si era servito di Nardamaria e Cerolama (Girolama), due "masciare" (fattucchiere) del luogo che avevano preparato una potente magia per Don Nicola. Aveva no rivestito un chiodo lungo, dalla parte del capo, con i capelli di Costantino, lo avevano avvolto con un pezzo di seta rossa, la sciandone di fuori la punta; indi con un filo nero avevano legato altri due chiodi più piccoli, e quindi avevano consumato l'esorci smo invocando il demonio. Di poi avevano buttato il tutto nella cisterna del Castello. Da quel momento Don Nicola era legato alla volontà di Costantino. Anche le due streghe finirono in carcere e le due cisterne del castello furono svuotate per rinvenire l'oggetto magico. All'operazione erano presenti i religiosi del luogo che, di tanto intanto, esorcizzavano la cisterna. Ad un certo punto la persona che tirava l'acqua avvertì una puntura al braccio destro, infatti nel secchio c'era il corpo del reato. Seguì una lugubre cerimonia: fu bruciato sul sagrato alla presenza di tutta la popolazione e dello stesso Costantino che era stato portato legato e in sem bianza di reo. Costantino cercò di discolparsi sostenendo che il vero reo era Don Franza che tramava alle spalle del padre e che la sua opera era tesa a proteggere Don Nicola dalle angherie del figlio. Ma a nulla valsero le sue proteste e fu riportato in carcere dove rimase chiuso fino alla morte. Secondo l'uso, fu sepolto di notte, a lumi spenti, fuori del luogo sacro.


IL MONACHESIMO BASILIANO


I Monaci Basiliani furono i seguaci di San Basilio (330-379) fondatore dello omonimo monachesimo cenobitico. Egli impose ai monaci le norme della vita ascetica, dalla preghiera al lavoro. Ma già prima dei Basiliani, l' eremitismo era largamente praticato presso molte regioni dell' estremo Oriente e nei paesi ove si svilupparono le antiche civiltà medio orientali e mediterranee, quindi si era introdotto anche nel Salento. Da dati più attendibili risulta che nell' VIII secolo il nostro Salento, estremità più orientale d' Italia, dette asilo ai monaci greci, fuggiti dall' ira delle persecuzioni iconoclaste, i quali si sistemarono stabilmente imponendo religione e regole di vita. "In nessun' altra contrada, i seguaci di San Basilio eressero i più potenti istituti e fondarono scuole più feconde di sapere. Intorno a questi stabilimenti, poi, si raggrupparono Laure e cripte, dove i Calogeri cercavano un asilo sicuro contro le tentazioni del mondo, così come avevano fatto i monaci della Tebaide e della Palestina. Le cripte venivano decorate con affreschi iconografici e simbolici, di cui resistono ancora considerevoli avanzi in tutte le contrade della provincia" (17). Altro merito dei Basiliani è di aver disseminato la penisola di Icòne: immagini di Madonne o scene della Passione dipinte a tempera a vivaci colori. Racchiuse in rudimentali costruzioni a giorno e situata agli angoli delle strade o sulle colonne d' ingresso delle chiesette, invitavano il viandante a fermarsi, a pregare e meditare. L' attività privilegiata dai Basiliani fu l' agricoltura. I monaci cin l' esempio e con la parola insegnarono a lavorare la terra alla gente del luogo e a trarne il massimo prodotto. Curarono il prosciugamento delle paludi e destinarono le terre incolte alla cultura dell' olivo, della vigna del grano. Agevolando la piccola proprietà contadina e resero addirittura di uso comune i due contratti di enfiteusi. (Diritto di godere un fondo altrui con l' obbligo di apportarvi migliorie e di corrispondere periodicamente un canone). Inoltre fondarono i casali, centri urbani di piccola entità, avendo ottenuto dai Basilei la facoltà di "conducere homines" nelle terre chieste e ottenute in concessione. Fu una vera e propria rinascita caratterizzata anche da una vita sociale e autonoma che dette adito all' organizzarsi dell' Universitas con la figura del Siundicos (Sindaco) che la rappresentava giuridicamente.


LE ORIGINI DI CASTRIGNANO DEI GRECI


Castrignano dei Greci è situato sul calcare magnesifero che si addossa sul calcare compatto nella parte nord-orientale del suo territorio.
Longitudine orientale da Roma 5°, 50' , 56" .
Latitudine boreale 40° , 10' , 213" .
Altezza del paese sul mare,metri 80 .
Elevazione media del suo territorio da m . 80 a 90 1 .
Il toponimo rivela chiaramente quelle che sono le particolarità del paese: da un lato la posizione di difesa strategica, dall' altro, l' origine dei suoi abitanti . Le origini di Castrignano dei Greci si perdono nella notte dei tempi . E' da supporre che la configurazione del terreno e il confluire delle acque piovane in più luoghi del paese ed il ristagno delle stesse , abbiano potuto permettere i primi insediamenti abitativi agevolati anche dalla formazione di grotte naturali . Infatti, nella zona , non pochi dovevano essere questi abitacoli . La ricerca è stata facile perchè molti di essi esistono ancora ristrutturati o trasformati in cantine , cisterne , trappeti (frantoi) . Le persone più anziane parlano di un sistema di grotte nelle adiacenze di largo S . Martino chiamate "trappituddhìa"(piccoli trappeti) . Lo stesso largo S . Martino è pieno di grotte interrate , indicate come "granili" con al centro un pozzo molto profondo ; e ancora il trappeto di Alfredo Salvatore in via "pozzi" (di fronte al parco pozzelle) e l' antichissimo trappeto in via S. Leonardo . Tutti questi nuclei abitativi , probabilmente , ingrandendosi , si sono unificati e anno dato origine a un nucleo più grande , il cui centro si sarebbe sviluppato tra il rione "varrata" (largo S . Martino) , la cripta Bizantina (largo S . Onofrio) e le "pozzelle" (parco pozzelle) . La presenza di grotte prima di menhirs poi , dei centri bizantini e delle varie chiese in seguito , non crediamo sia casuale . Quando il primo nucleo abitativo si sarà sentito un centro? Non possiamo dirlo . Mancano rinvenimenti di materiale archeologico per confermare le ipotesi finora formulate per il nome Castrignano , che si possono così sintetizzare :
1) Che sia stato fondato dai posteri dei Candioti di Minoè o dagli Ateniesi e Cretesi seguaci di Giapige (Iliade-cap.XXIV) . (ma tale congettura pare più fantastica che logica)
2) Dalla colonizzazione del salento (Magna Grecia). (non tutti sono d'accordo poiché i Greci di Taranto poterono avere tutt'al più un predominio politico , ma non linguistico e culturale sui Messapi)
3) Dai Romani che, conquistata la penisola salentina nel 487 d.c., favoriti dalla presenza di acque, vi abbiano istituito un loro presidio militare ("Praesidium Castrinianum" oppure "Castrinius").
Questa nostra ipotesi è avvalorata dal fatto che un antico rione di Castrignano è denominato "Varrata", nome che deriva da "Varra" (sbarra) e sta a significare sbarramento: probabilmente riferito allo scorrere delle acque piovane, provenienti da zone sopraelevate circostanti, che si impantanavano in una conca costituendo, quindi, una difesa naturale all'accampamento romano ("castrum"). Questa ipotesi è la più probabile poiché il nome castrignano può derivare da Castrum, ma potrebbe derivare anche da "castrino", centurione romano, come ritengono alcuni studiosi.
1)C. De Giorgi, "Geografia della provincia di Lecce".
2 )D. De Rossi, "storia dei comuni del salento"
3)"Praesidium Castrinianum". "Podere di Castrinius". V.G. H. Rohlfs. "Vocabolario dei dialetti Salentini".


PAESE NATIO


Scendendo da Lecce a Maglie, all'altezza del serbatoio idrico (vasca) di Corigliano d'Otranto, attraverso uno svincolo si giunge a Castrignano dei Greci. Qui ancora gli anziani parlano greco, e ancora è dato sentir da loro narrare antiche e suggestive storie di spietati baroni e di gente piegata dagli stenti e dai soprusi, ma mai vinta. Castrignano è dominata da un senso di arsura, dopo ogni tramonto affiorano nuovi sassi e scogli, ed è con questi che ogni giorno si misura la pazienza e la laboriosità dei contadini. In questo paesaggio sitibondo, gli alberi di ulivo, gli alberi di fico e i trulli formano "una mirabile triade solidamente unita nei millenni". (1) Originali e umili sono i muri a secco che recingono gli innumerevoli pezzi di terra. I rovi con le loro spine si intrecciano su di essi quasi a proteggere tanta antichità. Gli uccelli, saltellando e beccando i neri frutti saporiti, conferiscono a questi ruderi corrosi dal tempo un delicato senso di vita. Lo scirocco, con mille tentacoli, incombe sulle pietre tarlate dei trulli, sui vecchi ulivi, sulla terra avara, accumulando i profumi e rendendo cristalline voci e canti. Incombe anche sui morti e sembra fermare il tempo e rinnovare i ricordi. Che strano sgomento nel contemplare questo scenario fermo nei secoli! In paese, invece, del vecchio nucleo poco è rimasto: qualche viuzza stretta e tortuosa, affiancata da casette a tetti, immacolate di calce e antichi cortili quadrati. II resto è stato tutto rinnovato nel tempo. Ultimamente, il paese si è ingrandito rapidamente a macchia d'olio, arricchendosi di rettifili incrociati e ridenti villette dalle fogge più svariate. La Chiesa Madre non è molto antica e il campanile che da l'impressione di un minareto, non è molto alto, ma, salendovi nelle chiare giornate estive, si scorgono i monti dell'Albania e la costa greca. Infatti la Grecia, terra dei padri, è vicina, letteralmente vicina, tanto da poterla vedere a occhio nudo. Castrignano ha avuto il suo cantore in Leonardo Mascello. Gustiamo per un istante il suono melodioso e carezzevole dei suoi versi che ritraggono in modo suggestivo il luogo natio visto con gli occhi dell'esule.

PAESE NATIO...
Paese natio, Castrignano,
antico castello dei Greci,
fortezza e nido di rapaci
baroni tremendi e crudeli;
falchi guatanti dall' alta
rupe le prede nel piano;

Castrignano, patria fuggita
per tempo, io mai non ti dissi
ancora l'arcana dolcezza
dei tuoi campi sereni e ridenti!

Le vaghe armonie de' tuoi campi
verdi di biade e trifoglio;
e i fremiti e i frulli del vento
rombante tra i folti uliveti;
e la gentile dolcezza
dei piccoli canti d' uccelli;
de" brevi squittìi deliziosi
e limpidi gridi di cincie;
e 'l gorgoglio flautato,
argenteo delle calandre
e l'incanto de gli ampi silenzi!

Paese natio, questa gioia
lontana mi preme com' incubo
il cuore di pungenti voglie.
O campagna verde e deserta,
solitudine vaga e divina,
quante volte m'avete
cullato lo spirito stanco!

Sentivo nell'anima fremere
impeti indomiti e strani!

La vita oscura, le cure,
le necessità spaventose
e indeprecabili e 'l tristo,
feroce egoismo degli uomini,
l'odio e la guerra de' simili,
tutto obliavo, felice
dei tuoi fiati odorosi, de' tuoi
canti, muggiti di buoi,
soffi, mormori, schianti,
fruscìi, o campagna lontana;
e profumi di fieno e di menta,
di timo e di mandorli in fiore.

A volte uno strano spavento
improvviso, nell'erma e silente
pianura, stringevami il cuore,
come uno smarrimento
vertiginoso; un lontano
ricordo di vita vissuta
nelle solitudini prime;
un ritorno alla vita selvaggia,
alle fonti del mistero,
alla non esistenza primeva!

Nell'ampio silenzio di là,
perduto in un tonfo perenne
e sordo, sentivo rombare
un' eco dell' eternità!

E allora affrettavo l'andare
da dove s' affaccia il mistero
per dove s' apre l' abisso.

Tornavo tra gli uomini vili,
dagli ampi silenzi di un mondo
lontano e fascinatore,
con strani sussulti nel cuore.

Paese natio, luoghi puri,
visti con occhi più puri;
paese natio, luoghi santi
e pii dell'infanzia, ove tanti
pensieri soavi e speranze
dolci e preghiere s' effusero
come mistici fiocchi d' incenso!

Paese natio, dove i primi
s' aprirono sogni del cuore;
piccola chiesa brillante
di lumi e di marmi lucenti;
prete buono e sereno; madonne
dolci con bimbi soavi;
organo grave e gioioso,
nubi d' incenso odoroso
salienti verso l' altare,
come un mistico sogno di pace;
o aurora della mia vita;
o tempi, o luoghi, o piccolo
me d' una volta, vi vedo
e vi piango perduti per sempre!

Mia madre che vivi lontano,
noi soli restiamo ancor vivi
del tempo che fu;
noi due e quei luoghi laggiù...

La grande casa di pietra
e l' orto col suo melagrano
costellato di fiori di fiamma;
e il bianco alberello di prugne
a ridosso del muro muscoso;
l' antica pergola bassa,
tutto è scomparso o mutato.

Ed io ancor ricordo il tuo seno
bianco, che tu m' offerivi,
e su cui posavo la testa,
già sazio di baci e di latte.

O mia madre, difesa e rifugio
all' ira tremenda del padre;
o santa creatura, per tante
da tuoi miti occhi cadute
pie lacrime amare, per quante
sorsate dal tuo seno bevvi;
per quanti urti ed angoscie
infersi al tuo povero cuore,
sii benedetta in eterno!

Di tè gioia più pura
non vedo ne' miei dì passati;
tu sola riempivi il mio cuore
che il padre sovente atterriva.

Posso dire che di trenta
lunghi anni di vita vissuta
tè sola ricordi, o creatura
santa, o martire pura,
o vittima della sventura!

Ed oggi più bella mi appari,
o dolente, in un nimbo sereno
di rassegnata doglianza.

O madre, mia sola speranza,
preghiamo, o madre, il Signore;
preghiamolo, o madre, per me.
O madre, il tuo lungo dolore,
o madre, la tua viva fé,
offriamo a Dio padre per me!
L. MASCELLO
NOTA
Leonardo Mascello, poeta e sacerdote, nacque a Castrignano dei Greci nel 1877 e morì nel 1951 ad Olinda nel Brasile dove insegnò lingua e letteratura italiana. La lirica "Paese natio..." è contenuta nel suo libro di poesie: "Foglie al vento" pubblicato ad Olinda nel 1910.


SAGEZZA DEI VECCHI


Attorno alla voragine del Chao si aggira una macabra leggenda. Si racconta che in tempi lontanissimi, vi si buttavano gli anziani che non avevano più la capacità di produrre. Passando gli anni, i sentimenti prevalsero sul bisogno e alcuni figli mossi a pietà tennero nascosti i loro vecchi genitori simulandone la morte. E si racconta ancora che un giorno passò un re che riunì alla sua presenza tutti gli abitanti ai quali propose il seguente quesito: Qual è la cosa più preziosa dei miei cavalli, del mio oro e delle mie ricchezze? Gli uomini si raggrupparono per consigliarsi, ma la risposta fu data solo da quei figli che avevano avuto pietà dei loro vecchi genitori e non li avevano gettati nel Chao. E fu questa: La cosa più preziosa di tutte le ricchezze di vostra Maestà è l' acqua di aprile. Tutti rimasero trasecolati della risposta era stata suggerita dai loro vecchi genitori. Allora tutti capirono che era un male disfarsi degli anziani perché dalla loro esperienza veniva la saggezza


E' TERRA BENEDETTA


A Castrignano morì una giovane ventenne e questo fatto destò grande commozione e mortificazione, non solo per l' età della defunta, ma anche perché era la prima salma a dover essere sepolta nel cimitero, lontano dal paese (37). Un editto aveva stabilito che i morti dovevano essere seppelliti fuori dall' abitato e non più nelle chiese. Nel nostro caso i parenti e gli amici non si davano pace all' idea che la giovane doveva restare sola, lontana da tutti, anche perché nei pressi della sua abitazione c' era la chiesa-cimitero della Madonna di Costantinopoli. La madre era desolata al pensiero che l' anima della figlia avrebbe vagato disperata tra luoghi sconosciuti: fatti di questo genere erano già accaduti e ne era testimone un tale denominato Parpatuddhi (38) che aveva raccontato, di aver visto vagare a mezzanotte nel cimitero di Martano le "Anime Sante" e poi trasformarsi in vacche e inseguirlo fino a casa sua. Fu così che egli inciampò e si ruppe il femore. Sindaco e Parroco erano tormentati dalla difficoltà di condurre un discorso convincente a chi non era in grado di comprenderlo e per i sentimenti esacerbati dal dolore e per l' impatto con una nuova realtà dopo secoli di consuetudine. Tuttavia si recarono in casa della morta e alla madre che li guardava pietosamente, espressero tutta la loro solidarietà e nello stesso tempo la necessità dell' osservanza della legge. Frattanto il Parroco esortava ripetutamente: "E' terra Benedetta ! E' terra Benedetta ! Non abbiate paura. E poi sarà in compagnia della Madonna Arcona". Nel pomeriggio, arrivato il momento, le campane della chiesa sembravano singhiozzare ed i rintocchi si susseguivano lenti e cupi. Il corteo funebre si mosse tra urli, strepiti, pianti e commozione per la poveretta che sarebbe stata lasciata in campagna, lontana dal paese. Era stata mobilitata anche una piccola banda che, con i suoi funebri motivi, contribuiva allo strazio di tutti. Poi arrivati sul luogo, si stese sulla folla un gran silenzio. La salma venne deposta nell' obitorio per la notte, prima di essere inumata. La madre che non riusciva a rassegnarsi, volle esternare un ultimo atto d' amore: legò al polso della figlia una cordicella che comunicava con la stanza del custode, collegata ad un campanello, nell' ingenua speranza che la figlia potesse ancora esprimere un desiderio. Dopo, a lenti passi, rassegnati, tutti tornarono in paese.


USI E COSTUMI DI CASTRIGNANO DEI GRECI


La Grecìa Salentina, unica nel suo genere, per il suo idioma, costituisce un polo d' attrazione culturale per la presenza di svariate tradizioni, usi e costumi. Come narrano l' Arditi e il Palumbo, la tipica casa greco - salentina non è mai in contatto con la strada: un artistico portale la separa da questa, immettendo in un cortile (di forma quadrata o rettangolare) che costituisce con le abitazioni la casa a corte plurifamiliare (reminescenza del "Megaron" della Grecia antica), comprendendo un pozzo comune, il retrostante giardino, le stalle, gli ovili, i pollai. L'abitazione, quasi sempre a piano terra, veniva costruita con l' utilizzo della pietra locale (detta pietra leccese), che era tenuta insieme da un impasto di argilla. I muri venivano imbiancati con calce mentre il pavimento era costituito da lastre levigate di pietra. In soffitto, prima costruito con canne e tegole venne sostituito col tempo da quello in muratura del tipo a "volta", a "botte", o a "stella". Nel pavimento venivano scavate alcune buche coperte da botole, e adibite a granili o depositi per le derrate alimentari. Nella tenera roccia calcarea venivano inoltre scavate delle pile per la conservazione dell' olio; in ogni abitazione non poteva mancare un un enorme camino sotto la cui cappa sedevano i familiari e gli ospiti, durante le lunghe sere invernali. I pochi mobili erano in legno di ulivo o di quercia. la stanza matrimoniale era la più appartata, e nel suo interno era presente un grande letto con l' intelaiatura in legno o in ferro battuto. Su di esso era adagiato un enorme materasso colmo di lana grezza o di foglie di mais secche, ingentilito da una coperta di panno variopinto. Nella stanza, appese alle pareti o appoggiate su un apposito ripiano, vi erano alcune litografie a carattere biblico e le foto della fitta schiera dei parenti defunti. Nella famiglia greco - salentina il padre aveva una posizione preminente, mentre alla moglie, pur essendo importante per l' educazione dei figli (che potevano raggiungere il numero di 13 - 14) e per la conduzione dell' economia domestica, era riservata una posizione subalterna. La stessa posizione veniva riservata alle figlie femmine nei confronti dei maschi e di tutta la prole nei confronti del primogenito. L'abbigliamento degli uomini (quasi sempre col volto rasato) era costituito da pantaloni corti e stretti, con il resto delle gambe coperto da calze a maglia variopinta; il corpetto e la giacca corta erano orlati come i calzoni da un nastrino nero, mentre il bavero della giacca era impreziosito da un bordino di velluto scuro. In testa avevano il cappello frigio a forma di cono con la punta ripiegata sull' orecchio destro. Il colore del vestito era sempre turchino, mentre il tessuto poteva essere di lana o di cotone. Ledonne avevano una lunghissima vestaglia, stretta da una cintura interna a cui era appesa una piccola borsa in tessuto. La gonna, con una serie di grandi pieghe, andava ad unirsi al corpetto aderente e moderatamente scollato; i loro capelli neri erano raccolti dietro la nuca e divisi da una scriminatura dritta. Sulla testa avevano inoltre un fazzoletto, che era scuro per le più anziane, colorato per le più giovani. Erano le stesse donne a provvedere al rifornimento idrico, attingendo l' acqua da una serie di pozzi comuni (ta frèata). Di grandissima importanza per le donne della Grecìa Salentina era l' arte della tessitura, in cui erano cimentate figure illustri della antica Grecia, quali Penelope ed Elena. Il territorio della Grecìa Salentina certamente suggestivo, ma aspro e tormentato, venne a lungo adibito a pascolo; fra le coltivazioni più importanti vi era quella dell' olivo, del grano, del foraggio, della vite, e in tempi più recenti del tabacco. Durante l' estate per mantenere l' acqua fresca, venivano costruiti appositi pozzi, detti "neviere", in cui si alternavano strati di neve a strati di paglia; per l' uso quotidiano l' acqua veniva mantenuta fresca in orci di terracotta non smaltata. Questo accadeva grazie al noto principio secondo cui, trasudando lentamente dalle pareti porose ed evaporando all' esterno, l' acqua che restava nell' orcio diveniva sempre più fredda. Come molti altri popoli, anche i Greco Salentini hanno una cultura intrisa di riti magico - religiosi o rituali che sfociavano nella più bieca superstizione. La stessa presenza di menhir, dolmen, o di enormi cumuli di pietre risalenti all' età del bronzo, hanno sviluppato nel Salento una particolare attenzione verso il mondo dell' ignoto, tanto che i vescovi bizantini fecero scolpire delle croci sulla sommità degli stessi menhir (detti altresì "pietrefitte" o "sannà"), proprio nel tentativo di debellare gli antichi riti precristiani. Tra le forme di superstizione vale la pena di citare una tipica usanza presente un tempo a Castrignano dei Greci: al braccio delle donne incinte veniva legata la cosiddetta "petra prena" (pietra delle gestanti), la quale impediva l' aborto e agevolava una buona gravidanza. Inoltre era era in uso strizzare i capezzolini alle neonate per favorire la secrezione del latte in età adulta (latte che era ritenuto migliore se proveniva da donne brune piuttosto che bionde). La fantasia popolare voleva che alcune persone, e in special modo donne, fossero dedite al mondo dell' occulto, e che mediante le loro pratiche esoteriche potessero influire sul destino degli uomini o far mutare il corso agli eventi. Un singolare personaggio legato al mondo dell' occulto era inoltre il piccolo "Sciacuddhi" altrimenti detto "ascjacuddhi" o "scazzamurieddhu"). Questo era un folletto, un personaggio favoloso, a volte benigno a volte maligno, dotato di poteri magici, e nume tutelare dei frantoi ipogei. Si credeva comunemente che questo simpatico essere (della famiglia dei TRÖLL degli ELFI dei LARI e dei PETER PAN) fosse l' anima di una persona morta senza i sacramenti e che nottetempo si divertisse ad intrecciare le code ai cavalli e a molestare le donne nel sonno.


TUTTI I COMUNI SALENTINI - SALENTO, PUGLIA


COMUNI SALENTINI APPARTENENTI ALLA PROVINCIA DI BRINDISI


Brindisi, Cellino San Marco, Ceglie Messapica, Erchie, Francavilla Fontana, Latiano, Mesagne, Oria, Ostuni, San Donaci, San Michele Salentino, San Pancrazio Salentino, San Pietro Vernotico, San Vito dei Normanni, Torchiarolo, Torre Santa Susanna, Villa Castelli.


COMUNI SALENTINI APPARTENENTI ALLA PROVINCIA DI LECCE


Acquarica del Capo, Alessano, Alezio, Alliste, Andrano, Aredeo, Arnesano, Bagnolo del Salento, Botrugno, Calimera, Campi Salentina, Cannole, Caprarica di Lecce, Carmiano, Carpignano Salentino, Casarano, Castri di Lecce, Castrignano dei Greci, Castrignano del Capo, Castro, Cavallino, Collepasso, Copertino, Corigliano d'Otranto, Corsano, Cursi, Cutrofiano, Diso, Gagliano del Capo, Galatina, Galatone, Gallipoli, Giugianello, Giurdignano, Guagnano, Lecce, Lequile, Leverano, Lizzanello, Maglie, Martano, Martignano, Matino, Melendugno, Melissano, Melpignano, Miggiano, Minervino di Lecce, Monteroni di Lecce, Montesano Salentino, Morciano di Leuca, Muro Leccese, Nardò, Neviano, Nociglia, Novoli, Ortelle, Otranto, Palmariggi, Parabita, Patù, Poggiardo, Porto Cesario, Presicce, Racale, Ruffano, Salice Salentino, Salve, San Cassiano, San Cesario di Lecce, San Donato di Lecce, San Pietro in Lama, Sanarica, Sannicola, Santa Cesarea Terme, Scorrano, Seclì, Sogliano Cavour, Soleto, Specchia, Spongano, Squinzano, Sternatia, Supersano, Surano, Surbo, Taurisano, Taviano, Tiggiano, Trepuzzi, Tricase, Tuglie, Ugento, Uggiano la Chiesa, Veglie, Vernole, Zollino.


COMUNI SALENTINI APPARTENENTI ALLA PROVINCIA DI TARANTO


Avetrana, Carosino, Faggiano, Fragagnano, Grottaglie, Leporano, Lizzano, Manduria, Maruggio, Monteiasi, Monteparano, Pulsano, Roccaforzata, San Giorgio Ionico, San Marzano di San Giuseppe, Sava, Taranto, Torricella.


MESSAGGIO FINALE DI COSTEDELSALENTO


Trascorri con noi le tue vacanze nel Salento. Il nostro catalogo propone appartamenti e case vacanza a Otranto, S. Cesarea Terme, Castro, S. M. di Leuca, Torre dell'Orso, San foca, Lecce, Gallipoli, Porto Cesareo, e in tutta la penisola salentina (Puglia). Costedelsalento vi propone numerose proposte per trascorrere una piacevole vacanza nel Salento e nella Puglia. Ville e Case vacanze, Bed & Breakfast, Agriturismi, Appartamenti, villaggi e residence, dimore storiche e costruzioni tipiche nelle località turistiche del Salento e nei paesi dell'entroterra appositamente selezionati per voi. La nostra offerta comprende anche itinerari storico artistici nel Salento, visite guidate nelle principali città della penisola, escursioni in barca, itinerari enogastronomici alla scoperta dei prodotti tipici del Salento e delle sue tradizioni culinarie pugliesi.


Castrignano

DATI STATISTICI DI CASTRIGANO DEI GRECI - SALENTO, PUGLIA.


STATO Italia
REGIONE Puglia
PROVINCIA LECCE
COORDINATE GOOGLE 40.174676
ALTITUDINE 90 m s.l.m.
SUPERFICIE 9,52 km²
ABITANTI 3.985
DENSITA' 418,59 ab./km²
FRAZIONI Nessuna
COMUNI CONFINANTI Corigliano d'Otranto, Melpignano, Carpignano Salentino, Martano
CAP 73020
PREFISSO TELEFONICO 0836
CODICE ISTAT 075018
CODICE CATASTO C335
NOME ABITANTI CASTRIGNANESI
SANTO PATRONO S. Antonio da Padova
GIORNO FESTIVO 23 Agosto
SITO ISTITUZIONALE www.castrignanodeigreci.it/




COME RAGGIUNGERE CASTRIGNANO DEI GRECI
IN AUTO:
IM AEREO:
IN TRENO:
 
Altre proposte nella località di CASTRIGNANO DEI GRECI
 
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